Al tempo dell’Unione Sovietica, l’archeologia era una delle discipline più importanti e praticate, una tradizione di ricerca che ancora oggi continua ad esistere nel mondo scientifico delle repubbliche centroasiatiche. Per gli amanti dell’archeologia l’Asia Centrale è davvero un luogo da non perdere, tanto più che le scoperte non si sono fermate con il crollo dell’URSS. In particolare il 2018 ha visto il ritrovamento di una camera di sepoltura a Kyrchyn, in Kirghizistan, di una antica città nei pressi di Dushanbe, la capitale del Tagikistan e di una sorta di grande muraglia nei pressi di Uzundara, una località situata sui monti Baisuntau.

La maggior parte delle scoperte archeologiche centroasiatiche, hanno in comune il fatto di essere correlate al popolo degli sciti, noti anche come saka o saci, termine questo che deriva dal persiano e ne indicherebbe in realtà solo il ramo pù orientale. Nonostante le fonti siano a volte contradditorie nel definirli, il territorio degli sciti si stendeva dall’Europa Orientale sino all’Asia Centrale, incluso l’odierno Kazakistan che ne fa, indicandoli come saka, i propri progenitori insieme ad altre popolazioni come gli unni ed i kipchak. Con gli sciti, abilissimi cavalieri ed orafi, dovettero fare i conti sia l’impero persiano che Alessandro il grande.

Gli sciti erano una popolazione nomade, allevatori in particolare di cavalli di cui furono tra i primi a capirne l’importanza dell’uso in battaglia. La fama guerriera degli sciti nell’antichità era tale che alcuni studiosi credono siano stati gli ispiratori della figura mitologica del centauro, metà uomo e metà cavallo. Tra le caratteristiche della società degli sciti, di cui avevamo già scritto in merito ai loro tatuaggi, anche la posizione paritaria avuta dalle donne ed il fatto che seppellissero i morti in tumuli, detti kurgan, al cui interno erano riposti anche molti oggetti in modo da evidenziare lo status sociale proprio del defunto.

Il kurgan è sicuramente quello di Isskyk, una località nei pressi di Almaty dove, nel 1969, venne scoperto quello che è oggi uno dei simboli stessi del Kazakistan: l’uomo d’oro. Si tratterebbe di un guerriero saka di circa 18 anni, ma il sesso è ancora oggi incerto, risalente al secondo o terzo secolo avanti Cristo. La particolarità di questo ritrovamento è la presenza nel tumulo di circa 4mila oggetti d’oro, da cui il nome dato al guerriero. L’oro ne ricopre gli abiti e sono numerose le decorazioni a motivi animaleschi. Anche il copricapo del guerriero è ornato con rappresentazioni di leopardi delle nevi, cavalli, uccelli ed altri animali.

Se il corredo funerario è unico al mondo, le ossa dello scheletro sono in pessime condizioni e non permettono di fornire ulteriori informazioni sul guerriero e la sua vita. Le ossa sono infatti state recentemente ritrovate in un istituto forense, dopo avere passato circa cinquant’anni in una scatola di cartone. Fortunatamente gli studiosi contano di ricavare preziose informazioni dal DNA, una pratica di ricerca scientifica che sta oggi riscrivendo la storia dell’Asia Centrale, grazie al ritrovamento più recente di un altro guerriero, di stirpe sarmata, avvenuto in una zona più occidentale rispetto a quella di Issyk.

Come detto, oggi l’uomo d’oro, di cui esistono varie copie tra cui una presso il quartiere generale delle Nazioni Unite a New York, è uno dei simboli del Kazakistan rappresentandone, secondo le autorità, la personificazione del coraggio nel difendere la propria terra. Come intuibile, l’uomo d’oro è stato inserito nel processo di costruzione dell’identità kazaka una volta ottenuta l’indipendenza del paese. Il guerriero saka è diventato quindi un vero portavoce del Kazakistan, ritrovandosi a fare da ambasciatore tramite mostre allestite in numerosi paesi tra cui Azerbaijan, Bielorussia, Cina, Polonia, Russia, Turchia ed Uzbekistan.

La costruzione identitaria del Kazakistan ha, sin dai primi giorni dell’indipendenza, coniugato nazionalismo e ricerca storica, compresa la rivendicazione della paternità di Gengis Khan. In questo clima l’archeologia ha avuto un ruolo importante, come dimostrano le numerose scoperte avvenute nel paese: la cosiddetta donna d’oro nel 2013, i tumuli di Taksay nel Kazakistan occidentale, quelli di Taldy-2 a Karaganda e di Berel nel Kazakistan orientale o i recentissimi ritrovamenti nella valle di Yleke Sazy, nel distretto di Targabatai.

Nemmeno la pandemia di Covid-19 ha fermato gli archeologi kazaki, li ha giusto rallentati, soprattutto per quanto riguarda il progetto internazionale, vede infatti la collaborazione dell’UNESCO, di celebrare al meglio il 1150esimo anniversario di Abu Nasr Al-Farabi, importante pensatore ai suoi tempi considerato, secondo le autorità kazake, secondo solo ad Aristotele. Le ricerche delle tracce di questo filosofo si sono concentrate nei pressi della città di Otyrar, nell’odierno Kazakistan meridionale. Otyrar resistette agli zungari, vi morì Tamerlano ma, soprattutto, fu una delle cause dell’avanzata mongola verso occidente.

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Fonte immagine: Teranews.net