Recensire un libro come La macchia mongolica, scritto da Massimo Zamboni e dalla figlia Caterina è un’impresa difficile. La difficoltà sta nella molteplicità di piani che il lettore si trova a dover affrontare, una molteplicità che ben si adatta alla Mongolia ed ai suoi ambienti naturali. Viaggiando sulle piste mongole è possibile ritrovarsi nell’arco di una giornata dal deserto al ghiaccio, passando per una moltitudine varia di steppe sia aride che erbose. Viaggiare in Mongolia non è un’impresa facile, nello spazio confinato diventa vitale il dettaglio, per resistere alla natura immensa e spietata, e La macchia mongolica di dettagli è ricco.

Il libro si articolo in varie parti scritte in diversi periodi di tempo, anche a distanza di decenni, premessa indispensabile è che le sensazioni ricevute leggendo saranno molto diverse se si è stati o meno fan dei CCCP prima e dei CSI poi. Soprattutto la prima parte, scritta durante il viaggio che portò all’uscita dell’album Tabula Rasa Elettrificata, è un fitto rimando di parole, concetti e pensieri che saranno poi messi in musica e parole da Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti. Massimo non ama parlare di quanto avvenne successivamente, forse ancora troppo dolorosi i ricordi, leggerne i pensieri durante quel viaggio è prezioso.

Altra difficoltà, come difficili sono le meraviglie, è il linguaggio usato da Zamboni nel descrivere la Mongolia. Una lingua personale, non a caso oltre che musicista l’autore si è rivelato col tempo validissimo scrittore, che può spingere ad avanzare come può frenare e divenire ostile, esattamente come la Mongolia. In terra mongola tutto è estremo, dal vuoto costellato di infinitesimali gher al pieno della capitale Ulaan Baatar, unica città del paese e destinata forse a diventarne l’unico luogo abitato da nomadi urbanizzati in cerca di fortuna. La lingua di Zamboni si incunea così, come una pista nella steppa, tra le contraddizioni mongole.

Dalla lingua a ciò che la lingua dice, arrivando ad un piano strettamente con l’autore che torna in Mongolia vent’anni dopo, con una figlia concepita proprio in Mongolia e portatrice della macchia mongolica, lascito al mondo dell’impero mongolo. Gli anni sono passati e la vita di Massimo è cambiata, questo si riflette anche nei pensieri affidati alla scrittura. Il confronto tra le parti del libro scritte in periodi distanti nel tempo è implacabile, ci consegna un artista diventato intellettuale e padre, la cui visione del mondo non è più la stessa. Le responsabilità e le necessità pratiche della vita, sono una vera prova di maturità per chiunque.

Tornando alla Mongolia, il libro è anche una miniera di luoghi e tappe per un viaggio in Mongolia. L’autore, nelle sue riflessioni, cita numerose mete imperdibili ognuna delle quali vale la pena di affrontare il viaggio fino alla terra che adora il cielo, Tengri, la cui tonalità di blu è indicibile. Zamboni ha come compagni di viaggio alcuni libri, due dei quali dedicati alla figura del barone Ungern-Sternberg, leggenda reale che probabilmente poteva avere solo la Mongolia come palcoscenico delle sue imprese. Un approccio, quello di Zamboni, quindi non turistico ma che dice molto della Mongolia, proprio per il viverla con altri occhi.

L’ultima parte del libro è scritta dalla figlia di Massimo, Caterina. La sua partecipazione è un atto dovuto visto che uno dei fili conduttori del libro è l’essere diventato padre ed una paternità che alla Mongolia è profondamente legata. Caterina racconta la sua esperienza come insegnante in Mongolia, quasi un passaggio di energie vitali e voglia di affrontare il mondo che da colui che fu il chitarrista di uno dei più importanti e discussi gruppi del punk italiano, passa alla figlia poco più ventenne. Le pagine di Caterina chiudono La macchia mongolica con la seria leggerezza del ritorno della primavera dopo l’inverno mongolo.

In conclusione un libro che va letto, magari affiancando altri volumi in cui il vissuto dell’autore ha una parte meno predominante ma, giova ricordarlo, La macchia mongolica più che un libro sulla Mongolia è un libro sulle conseguenze della Mongolia. Appunto che si può fare a Zamboni è forse la superficialità in alcuni passaggi del libro, come quando descrive il mio carissimo amico Alfredo, che vive e lavoro in Mongolia, come un giovane sognatore innamoratosi della Mongolia dopo avere ascoltato Tabula Rasa Elettrificata e qui costretto a fare i conti con la realtà. La storia, gli studi e lo spessore di Alfredo sono ben altri.

E, per inciso, in Mongolia in Panda non ci è arrivato Alfredo, ma io e Matteo. La Panda di cui parla Zamboni è stata regalata ad Alfredo proprio da Matteo, per dare una mano nel portare aiuti ai nomadi in difficoltà. Su questa avventura ho scritto tempo fa un piccolo libretto che puoi acquistare su Amazon.

Parti per la Mongolia con Farfalle e Trincee!

Fonte immagine: rs.projects-abroad.ie