Che i mezzi di informazione si siano occupati degli avvenimenti in un paese dell’Asia Centrale è già di per sé sorprendente, tuttavia se si pensa che l’Italia è il terzo partner commerciale del Kazakistan, dopo Russia e Cina, diventa già meno sorprendente. Le esportazioni kazake verso il nostro paese riguardano soprattutto gas e petrolio, un settore centrale per capire quanto è successo o almeno tentare di farlo dato che la realtà è molto più complessa di come certo giornalismo interessato la descriva. Quanto successo in Kazakistan può dirci molto sul futuro che attende l’Asia Centrale, l’importante è non fermarsi alle prime apparenze.

La questione sociale

Il fatto che la protesta sia esplosa nell’ovest del paese, cuore del’ estrattivo, non deve stupire. Dal 2015 è infatti in corso una riorganizzazione dell’apparato industriale energetico kazako, con l’ingresso delle grandi multinazionali straniere. Per gli operai questo ha significato precarietà, stipendi dimezzati e la perdita di posti di lavoro poi ritrovati a condizioni ben peggiori, con il montare del malcontento verso un sistema di libero mercato che ha peggiorato le condizioni di vita della popolazione. L’aumento del prezzo del gpl, che alimenta la maggioranza delle automobili nel paese, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso

La rappresentanza politica

Interessante notare che le proteste sono iniziate nelle industrie con partecipazione statale, segno che la protesta ha ben presto preso di mira i gruppi dirigenti locali, accusati di corruzione e mancata redistribuzione dei proventi dalle attività estrattive. Quella che era una protesta contro la mancanza di rappresentazione politica ha portato la protesta su un altro piano, con la critica alla non trasparenza della gestione ad esempio dei sussidi di stato alle imprese ed in generale sulle questioni di politica locale. Tanto più che tra le vittime della già citata riorganizzazione del settore ci furono moltissimi dirigenti sindacali.

Uno strano colpo di stato

Proprio i sindacalisti sono stati tra i leader della protesta che, grazie alle richieste di partecipazione politica, si è presto estesa in tutto il paese andando oltre le rivendicazioni economiche e sociali di parte del paese. Come da pacifiche le proteste siano diventate violente non è chiaro, ma proprio la violenza, ritenuta sobillata dall’estero, è stata l’elemento che ha permesso al presidente Tokayev di richiedere l’intervento della CSTO, la forza di intervento centroasiatica a guida russa, per contrastare un ipotetico colpo di stato che, se reale, sarebbe stato davvero mal organizzato senza nemmeno prendere di mira la capitale politica.

L’intervento russo

Questo uno dei temi preferiti dai media internazionali, la minaccia russa. In realtà gli analisti sono stupiti dal fatto che la Russia sia intervenuta dopo che negli anni scorsi nonostante le richieste di Kirghizistan e Armenia la CSTO non sia intervenuta in quei paesi. Il peso geopolitico del Kazakistan, tuttavia ha imposto l’intervento che ha comunque riguardato compiti di protezione delle infrastrutture strategiche del paese. Insomma la CSTO è intervenuta per la difesa dello status quo, una posizione non troppo distante da quelle di Stati Uniti ed Unione Europea, i cui interessi tendono al mantenimento dei gruppi al potere nel paese.

La posizione cinese

Un altro tema molto amato da certa informazione è la competizione in Kazakistan tra Russia e Cina, sottolineando che ad intervenire sia stata la CSTO e non l’Organizzazione di Shanghai, altra organizzazione regionale che però include Pechino. Questa narrazione non considera il fatto che la Cina ha una politica internazionale perlopiù in ottica difensiva, come dimostrano le prese di posizione sull’Afghanistan e la recente creazione di un avamposto in Tagikistan gestito dalla polizia e non dall’esercito. Il fatto che Pechino insista sulle attività di peace keeping è proprio funzionale al superamento di questa impasse strategica.

Il futuro dell’Asia Centrale

Quella kazaka è stata sinora una diarchia figlia di una transizione incompiuta, non a caso tra i primi provvedimenti di Tokayev c’è stata l’epurazione di diverse figure, specie nel settore energetico, vicine all’ex leader Nazarabyev. Quello che emerge dai fatti kazaki è una rabbia popolare esacerbata dalle conseguenze della pandemia ed esplosa inaspettatamente, nonostante covasse sotto le ceneri da tempo ma anche la nascita di una sorta di solidarismo autocratico tra i governanti della regione, con il rischio che la sovranità da questione normativa diventi la capacità di mantenere l’ordine, il che farebbe comodo davvero a molti.

Questo articolo è stato realizzato con gli appunti presi al webinar organizzato da ASIAC e OACC in data 17/01/2022

Fonte immagine: newsconcerns.com