Il 19 marzo 2019 è sicuramente una data che verrà ricordata nella Storia del Kazakistan. Dopo 29 anni alla guida del paese ha infatti rassegnato le dimissioni Nursultan Nazarbayev, guida del paese sin dal momento dell’indipendenza. In realtà l’ormai ex-presidente della repubblica kazaka era stato protagonista della vita politica del Kazakistan anche prima del 1990, diventando quindi un vero e proprio elemento di transizione tra l’epoca sovietica ed il nuovo corso del paese, apparentemente democratico ma nei fatti basato su di un potere personale tendente all’autocrazia, una caratteristica di molte delle repubbliche centroasiatiche.

Le dimissioni di Nazarbayev sono giunte abbastanza all’improvviso, tuttavia sembra evidente che sono state preparate con cura. Il ruolo di Presidente pro tempore è ricoperto da Kassym-Jomart Tokayev, fedelissimo di Nazarbayev Presidente del senato dal 2013 e precedentemente delegato kazako all’ONU. Il ruolo di Tokayev è ora della figlia maggiore del presidente dimissionario, Dariga. Lo stesso Nazarbayev ha dichiarato che non lascerà la politica, rimanendo a guida del partito al governo e del recentemente costituito Consiglio di sicurezza. Sembra quindi che il cambio alla guida del paese sia indirizzato lungo la strada della continuità.

La questione della continuità e della gestione della successione delle classi dirigenti è un tema cruciale nella vita politica dell’Asia Centrale, dai risvolti più vari a seconda della situazione locale. Le repubbliche centroasiatiche, Kazakistan compreso, non sono abituate all’avvicendamento delle classi dirigenti, questo crea un clima di forte instabilità soprattutto quando vengono meno le figure dei leader che hanno condotto il paese oltre l’epoca sovietica. Anche il Kazakistan non fa eccezione e deve ora scontrarsi con la messa alla prova del sistema democratico costruito attorno alla figura di un padre padrone che viene a mancare.

Il culto della personalità è una chiave fondamentale per capire la vita politica centroasiatica, culto da cui non è esente nemmeno Nazarbayev. Dopo le sue dimissioni la capitale del paese Astana, la cui creazione è opera proprio di Nazarbayev, è stata rinominata Nursultan e le vie centrali di molte città sono state dedicate all’ex-presidente. Le elezioni presidenziali sono state convocate per il 9 giugno ma non sembrano esserci in vista candidati in grado di cambiare la rotta lungo cui viene condotto il Kazakistan, il che tuttavia significa che non c’è una valvola di sfogo per un’opposizione che in Kazakistan esiste e viene repressa.

Il 1° maggio circa ottanta persone sono state arrestate per aver dimostrato chiedendo delle libere elezioni, la trasparenza del voto kazako è sempre stato un tema sotto osservazione internazionale, dopo diversi altri arresti di contestatori effettuati nel mese di aprile. Nazarbayev ha saputo destreggiarsi nella politica internazionale, tentando di rendere il paese autonomo da vicini ingombranti come Russia e Cina, tuttavia sul piano interno la repressione è stata una costante, il caso più famoso quello di Zhanaozen, quando nel 2011 furono uccisi 14 dimostranti durante uno sciopero per avere migliori condizioni di lavoro.

Nazarbayev, come gli altri leader centroasiatici, si è trovato nella necessità di dover creare un’identità kazaka al momento dell’indipendenza, finendo con l’adottare il nazionalismo come collante sociale nonostante il Kazakistan sia un paese con numerose minoranze ed una forte componente etnica russa. Inoltre le politiche dell’ex-presidente hanno portato alla creazione di una classe media urbana, concentrata nelle due maggiori città del paese, molto più ricca del resto del paese. L’intrecciarsi di queste dinamiche sociali con la gestione familistica del paese porta ad un intreccio di politica, economia e tensioni difficili da gestire.

Il non corretto funzionamento del sistema democratico e la scomparsa della figura del leader può creare una situazione esplosiva, come un’auto lanciata a tutta velocità a cui sia stato tolto il conducente. Un campanello d’allarme per questo mancato instradamento politico della protesta può essere visto nelle manifestazioni del 2016, quando le strade si riempirono di dimostranti contro una riforma che avrebbe permesso la possibilità per gli stranieri di affittare terreno in Kazakistan per un periodo fino a 25 anni, nello specifico si temeva l’afflusso di investitori agricoli cinesi. Lo stregone deve saper controllare ciò che evoca.

Infine, ma certamente non meno importante, c’è l’incognita delle nuove generazioni nate dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Spesso si dimentica che i giovani crescono in un mondo diverso da quello degli adulti, le nuove generazioni kazake non hanno conosciuto il comunismo e l’era di Nazarbayev per loro è stata un periodo di stabilità. Recenti studi hanno dimostrato come i valori della “generazione Nazarbayev” tendono ad essere abbastanza conformisti, basati sul benessere materiale e l’apprezzamento del libero mercato, sull’individualismo e sull’importanza di avere buone conoscenze per migliorare la propria posizione.

Nonostante questo i giovani kazaki sono cresciuti in una società più apertamente multiculturale rispetto al periodo sovietico, il grande dilemma è se questo pluralismo diventerà anche politico. Un dilemma forse proprio solo delle generazioni più adulte, il mutamento di valori ed aspettative con uno scivolamento dalla sfera politica a quella economica potrebbe renderlo infatti del tutto superfluo. L’Asia Centrale sembra essere quindi sempre più in movimento e potremmo essere di fronte ad una nuova pagina nella Storia di questo angolo di mondo così sperduto e così centrale, un angolo di mondo che ha molto da insegnare.

Fonte immagine: Kazakh-tv
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