L’Asia Centrale, corrotta ed isolata?

Money is money

Uno dei più comuni stereotipi riguardanti l’Asia Centrale è quello del suo isolamento, un angolo del pianeta situato al centro del continente eurasiatico, poco conosciuto, difficile da raggiungere e retto da autocrazie autoritarie e corrotte. Bene, basta attraversare le steppe popolate da mandrie di bovini e cavalli oppure interessarsi di questioni centroasiatiche per capire che lo stereotipo corrisponde a verità. Eppure esiste una dimensione meno nota che potrebbe far vedere la realtà dell’Asia Centrale sotto una luce diversa, vale a dire i rapporti tra i governanti della regione e la finanza internazionale.

Il potere delle autocrazie dell’Asia Centrale è pienamente inserito nell’economia globalizzata, anzi inseritissimo. Investimenti immobiliari a Londra, società nei paradisi fiscali come le Isole Vergini britanniche, partecipazione al jet set internazionale, utilizzo di consulenti e studi legali occidentali per gestire patrimoni frutto di attività più o meno lecite. Questo il complesso panorama presentato da un libro estremamente interessante e, visto il tema, non difficile da leggere: vale a dire Dictators without borders, scritto da due professori universitari: Alexander Cooley e John Heatershaw.

I due autori illustrano, per ognuna delle cinque repubbliche centroasiatiche, un caso eclatante di corruzione che abbia coinvolto anche attori occidentali, guidando il lettore nell’intricato sistema di società offshore dietro cui si celano gli affari degli autocrati, intenzionati a trarre maggior profitto possibile dalle risorse del proprio paese ovviamente a discapito della popolazione. Quello che ne esce è un quadro desolante, in cui gli investitori devono piegarsi alle logiche imposte dalla corruzione, pena l’impossibilità di fare affari e, di fatto, l’espulsione dai promettenti mercati locali.

Ma il messaggio degli autori va molto oltre una banale critica della corruzione locale, quello che emerge dalle pagine di questo importante libro è una connivenza tra autocrazie e finanza internazionale. Il corrotto sistema su cui si regge gran parte dell’economia dell’Asia Centrale, infatti, non potrebbe reggersi senza la presenza di interessate realtà occidentali, pronte ad accettare denaro non troppo pulito senza fare troppe domande. Paradisi fiscali, banche, studi legali, singoli broker, le figure fiancheggiatrici della corruzione centroasiatica sono davvero un’avida legione.

La piena integrazione delle dinastie regionali nel mondo globalizzato possono essere trovate anche in altri campi, come la repressione degli oppositori. Altro grande filone di questo libro è proprio la caccia che i regimi dell’Asia Centrale fanno agli oppositori riparati all’estero, spesso accusati – quasi ironicamente – di corruzione, oppure di terrorismo islamico. Arresti, sequestri, omicidi, tutta una gamma di operazioni compiute in territori extra-nazionali con la compiacenza, se non la collaborazione, delle autorità locali. Basti pensare al clamoroso caso Ablyazov di cui è stata protagonista l’Italia.

Un vero paradosso è il fatto che una classe dirigente così “globalizzata” usi per governare la leva del nazionalismo, nel tentativo di forgiare un’identità post-sovietica. Odi etnici e lotte per i confini si accompagnano così a flussi di denaro transnazionali, mentre l’Asia Centrale si trova ad essere al centro degli interessi di più attori geopolitici. Russia, Cina e Stati Uniti, ognuno con il proprio interesse ad essere nella regione, il che significa spesso disponibilità a pagare le somme richieste – nelle modalità richieste – per garantire la propria presenza, militare o commerciale che sia.

In conclusione ci troviamo di fronte ad un’Asia Centrale abbastanza diversa dall’immagine con cui la si rappresenta solitamente, ma soprattutto siamo di fronte ad un mondo della finanza internazionale che non si fa troppi scrupoli nel maneggiare il denaro. Il grande rischio è che le autocrazie centroasiatiche possano diventare un modello sociale per le democrazie occidentali, con una classe dirigente monolitica che gestisce la vita economica del paese ed una popolazione senza voce in capitolo. Un’Asia Centrale che possiamo quindi definire corrotta, ma non certo isolata.

Fonte immagine: Chris Potter on Flickr

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. tizianomatteucci
    Lug 25, 2017 @ 12:49:46

    “Il grande rischio è che le autocrazie centroasiatiche possano diventare un modello sociale per le democrazie occidentali, con una classe dirigente monolitica che gestisce la vita economica del paese ed una popolazione senza voce in capitolo.”

    Direi che, per quanto riguarda l’Unione Europea, il “grande rischio” pare finito e forse già metabolizzato.
    Se pur con strumenti dispostici diversi dalle autocrazie in esame l’Europa si è dotata sin dalla nascita di organi di “potere” non eletti democraticamente (l’unico organo eletto -Parlamento- ha meno potere del suo Consiglio – non eletto -, Commissione europea) e, nell’ultimo decennio – causa recessione – anche di enti (ESFS, EFSM) prettamente finanziari se non addirittura “privati di diritto internazionale” (MES).Tanto per dire: il MES lavora con la “troika”, come definito nella crisi greca il trio FMI, BCE e UE.

    Per ora, anche se raramente, nei commenti politici si legge di “deficit di democrazia” ma allo stato attuale a me pare un eufemismo per nascondere l’assoluto controllo che la “finanza internazionale” ha sugli Stati.

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  2. Roberto
    Ott 08, 2017 @ 12:05:10

    Perché, non è forse già così pure per il “democratico occidente”? Certo più nascosto e meno evidente di quello delle repubbliche centro-asiatiche ma sotto sotto è la stessa cosa

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