Per tutto il Sud-Est asiatico il XIX secolo fu un periodo di profondi mutamenti, quando la penetazione coloniale produsse una serie di reazioni dagli effetti dirompenti visibili anche oggi. Se l’attenzione degli storici si volge soprattutto alla Cina, tuttavia anche paesi come il Laos, pur nella loro apparente indolenza, furono al centro di sconvolgimenti dalle profonde implicazioni. Più difficilmente accessibile degli stati vicini, il Laos si trovava ad essere un vero e proprio punto d’incontro di geopolitiche differenti: ad ovest la Birmania e l’espansionismo inglese, ad ovest quello francese in Vietnam mentre a nord doveva confrontarsi con una Cina non ancora unificata travagliata da veri e propri terremoti sociali e politici.

Proprio alla Cina dobbiamo rivolgerci per capire le vicende degli haw in Laos. A partire dal 1865 il territorio laotiano fu invaso da veri e propri eserciti di banditi cinesi, presto identificati con i cinesi musulmani tout court, in lao chiamati proprio haw (dal cinese hui). Queste bande erano in realtà un gruppo eterogeneo di criminali comuni e di sostenitori della rivolta dei taiping in fuga dalle armate cinesi. La regione dello Yunnan, confinante con il Laos, era una vera e propria roccaforte di chi si opponeva alla regnante dinastia Qing. I taiping controllavano gran parte dell’odierna Cina meridionale, in quella che fu una vera e propria guerra civile costata qualcosa come 20milioni di morti.

Organizzati in “bandiere”, la più famosa delle quali fu quella nera, i resti dell’esercito taiping si riversarono nell’area del Tonkino, i cui monti ricoperti da fitte foreste erano un rifugio perfetto per un esercito in rotta e dedito al banditismo per sopravvivere. Tutto questo fu per il Laos fu una vera e propria calamità, il suo territorio venne a più riprese saccheggiato, nella città di Luang Prabang un solo tempio, il Wat Xieng, sopravvisse ad un attacco compiuto nel 1887 da un esercito misto di haw e thai. Il Siam era nel frattempo sceso in campo – a partire dal 1875  – contro gli haw: il Laos era diventato un enorme campo di battaglia.

La situazione si andava inoltre complicando di pari passo con le lotte anticoloniali e le volontà egemoniche delle potenze locali. Le stesse bandiere si trovarono ad essere alleate dei vecchi nemici imperiali dopo la guerra sino-francese del 1884, quando l’imperatrice Cixi capì che per combattere i francesi nel Tonkino era indispensabile un’alleanza con lo Yunnan ribelle e con le legioni taiping. Nel 1874 il principe di Luang Prabang, Chao Unkham, come visto si appellò a Rama V sovrano del Siam, paese dietro al quale era possibile intravedere la Gran Bretagna.

Proprio ad un plenipotenziario inglese, James McCarthy, dobbiamo delle vivide memorie che ci aiutano a fare luce su questo confuso e tragico periodo storico laotiano. Inoltre proprio in Siam si rifugiò il sovrano del Laos, grazie all’aiuto del diplomatico francese Auguste Pavie, dopo il sacco di Luang Prabang del 1887 che vide gli haw alleati ai thai degli altopiani nell’intento di liberare il fratello del loro capo, detenuto dai siamesi. Per il Laos l’incubo degli haw finì intorno al 1890 quando le forze unite di thailandesi e francesi riuscì a ricacciare in territorio cinese le famigerate bande. Tuttavia la storia era destinata a ripetersi.

Fatti molto simili sarebbero infatti accaduti un cinquantennio più tardi, quando l’esercito del Kuomintang si riversò nella medesima regione spinto dall’armata comunista di Mao, ormai vittoriosa in una nuova guerra civile. Ancora una volta dallo Yunnan, vessillo di una Cina meridionale che si opponeva al potere centrale, armate allo sbando penetrarono nel Laos nordorientale e nella regione circostante. Numerose furono le razzie ai danni della popolazione, queste finirono solo nel 1950 quando le truppe del Kuomintang furono disarmate ed internate, per venire poi rimpatriate a Taiwan tre anni più tardi. Una pagina oscura di questa vicenda resta l’appoggio della CIA alle truppe di Chiang Kai-shek ed alle loro basi in Birmania.

Della memoria delle guerre degli haw oggi resta poco: un museo memoriale a Nong Khai dedicato ai soldati laotiani e thailandesi caduti. Sempre sul lato thailandese del Mekong la memoria di quei tragici fatti è rappresentata dal Wat Angkhan, un tempio il cui nome significa “ceneri del morto”. Anche nei luoghi più inacessibili si scrive la Storia.

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