Il futuro del potere: l’Asia Centrale ed il problema della successione

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Monumento all’ex-presidente Niyazov – Turkmenistan

Parafrasando Karl Marx, potremmo dire che oggi uno spettro si aggira per l’Asia Centrale: lo spettro della vecchiaia, quella dei suoi leader. Quattro delle cinque repubbliche centroasiatiche sono ormai alle prese con il problema della successione presidenziale, il più importante ruolo di potere. Un problema che mette a nudo alcuni dei limiti più grandi degli Stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, limiti non ancora risolti e portatori di incognite molto rilevanti. Capire chi prenderà il posto degli attuali leader è una questione non semplice, dove i fattori in gioco sono numerosi.

Nel 1991 l’indipendenza non era voluta in Asia Centrale, Mosca era sotto molti punti di vista un ottimo agente regolatore dei conflitti latenti nella regione, fornendo inoltre dei piani programmatici e di sviluppo. Che questi piani fossero lungimiranti o dei fallimenti in potenza non è qui importante, quello che va sottolineato è come la dissoluzione dell’URSS abbia obbligato le nuove repubbliche centroasiatiche ad intraprendere ognuna la propria strada, nonostante siano ancora oggi pensate come un blocco unico e quasi monolitico, una prospettiva che si rivela spesso fuorviante.

Ottenuta l’indipendenza era necessario costruire un nuovo Stato, impresa difficile con la nuova classe dirigente che si rivelò essere per lo più semplicemente il riciclo della vecchia sotto nuove bandiere: in Kazakistan ed Uzbekistan i due presidenti sono gli stessi ex-segretari comunisti che hanno guidato la transizione. I sistemi su cui si regge la struttura statale sono poco chari in 4 delle 5 repubbliche e, soprattutto, la legittimazzione del potere sembra dovuta semplicemente al fatto di detenerlo, da qui il ruolo chiave dell’immagine degli autocrati come “padre della nazione”, della pace nel caso del Tagikistan.

Tuttavia, questa personalizzazione dei ruoli di potere non passerà ai successori, che si troveranno di fronte al bisogno di muoversi tra consorterie e gruppi di potere nella ricerca di costruirsi una propria base di consenso. In sostanza il rischio è che si cambi molto per non cambiare nulla, a meno che non si crei un sistema trasparente, percorso tentato in Kirghizistan e pagato con due rivoluzioni. In questa situazione i paesi centroasiatici sono vulnerabilissimi nei confronti di lobby ed influenze straniere, a partire dalla Russia che di certo non resterà indifferente nel caso sorgano leader a lei ostili.

Direttamente collegato a quanto sopra è il tema da cui siamo partiti, il tema generazionale. Il ciclo delle nascite non risparmia certo l’Asia Centrale e, mentre i leader invecchiano, una giovane popolazione si fa strada. I giovani non si riconoscono più nella realtà dei loro padri, il che significa che la mancata costruzione identitaria nelle repubbliche centroasiatiche potrebbe avere effetti devastanti. Interessante notare come in Kirghizistan, ossia dove si è tentato di costruire un sistema meno autocratico, il personaggio attualmente più famoso e seguito sia un predicatore islamico.

L’islam è la grande sfida per le classi dirigenti centroasiatiche. Governare senza tener conto del sentimento religioso della popolazione, potrebbe portare a situazioni esplosive, tuttavia l’essere leader non osservanti della religione che si professa è un rischio altrettanto elevato. I governanti centroasiatici non si fidano dei religiosi e, soprattutto, non riescono a distinguere tra islamici moderati e possibili minacce alla stabilità dei loro regimi. Il Tagikistan, ad esempio, ha messo fuorilegge l’unico partito islamico sino a quel momento legalmente riconosciuto in Asia Centrale.

Nel 2016 il panorama politico centroasiatico non prevedeva elezioni, ma Tagikistan e Turkmenistan (dove l’ascesa al potere nel 2006 di Gurbanguly Berdymukhammedov è stata del tutto opaca) stanno fissando le date per un referendum che modifichi le loro costituzioni, in modo da permettere ai rispettivi leader di restare in carica. Il Kazakistan ha invece indetto inaspettate elezioni ovviamente vinte dal partito del presidente Nazarbaev, con il colpo di scena della decisione di escludere la figlia Dariga, da molti data per suo futuro successore, dal parlamento kazako. I giochi in Asia Centrale restano aperti…

Fonte immagine: David Stanley on Flickr

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