Ebbene si, sono scampato ad un attentato: 1° marzo 2014 – Kunming (Cina). Tre giorni prima di questa data stavo infatti litigando con una bigliettaia nella stazione dove sarebbero poi state accoltellate a morte diverse decine di persone. La Cina ha dichiarato che i responsabili, di questa ed altre azioni violente, sono dei fondamentalisti islamici dello Xinjiang, regione a maggioranza uigura, nonostante Kunming sia nello Yunnan, a 4000km di distanza. Che succede in Cina? Chi sta seminando terrore? Domande difficili a cui non posso che rispondere riportando la mia esperienza.

L’attentato di Kunming è abbastanza strano per diversi motivi, oltre che per la distanza. Nel Xinjiang vivono gli uiguri, al momento i più quotati per il ruolo di cattivo, nello Yunnan gli hui; gli uiguri sono musulmani di etnia turca e gli hui sono musulmani cinesi. Come se non bastasse storicamente il loro rapporto con la Cina è sempre stato molto diverso, al punto che nel Xinjiang si sono spesso combattuti nonostante la comune fede islamica. Che alcuni uiguri siano stati attivi nello scenario afghano è provato, ma il taglio grossolano dell’attentato non sembra essere lo stile di fondmentalisti islamici esperti. Forse qualcuno ha interesse nel seminare terrore tra gli hui, creando fratture interne al mondo islamico cinese?

Che tra uiguri e cinesi ci siano tensioni è evidente, come lo è il fatto che gli han (l’etnia cinese maggioritaria) tendano a riconoscere le loro minoranze quasi come un’attrazione turistica, come nello Yunnan (ad esempio a Lijian), oppure a negarne la Storia. Nel mio viaggiare nello Xinjiang tutto quello che riguardava gli uiguri mi è sembrato avere un taglio “folkloristico”, come la demolizione di interi vecchi quartieri accompagnata dal mantenimento di poche zone ricostruite per i turisti, ma in chiave moderna. E riguardo la negazione della Storia il mausoleo di Afaq Khoja, a Kashgar, è emblematico.

In questo luogo riposa un importante leader religioso uiguro il cui ruolo storico i cinesi tendono a sminuire, indicandolo generalmente come “predicatore”, toccando poi l’apice con la nipote di questi: Iparhan. Per molti uiguri questa ragazza rappresenta lo spirito nazionale di resistenza all’invasore cinese, e ne ricordano le gesta durante una ribellione del 1765. Da parte cinese l’eroina uigura viene invece significativamente conosciuta come Xiang Fei (香妃) ossia “fragrante concubina”, il nome che le venne dato una volta condotta a corte dopo la soppressione della rivolta, che i cinesi mettono in dubbio essere mai successa, relegandola a volte nel campo della leggenda.

La realtà del Xinjiang è molto più complessa di quanto possa sembrare, con una frattura ideale che corre lungo il bacino del Tarim, dividendo la regione in una zona settentrionale ed una meridionale: la prima da lungo tempo meta di immigrazione cinese ed al centro di intrigate vicende storiche coinvolgenti cinesi, russi ed una moltitudine di imperi e tribù nomadi; la seconda invece più isolata e meno soggetta all’ arrivo di persone in cerca di fortuna dalla Cina propriamente detta. Tale distinzione si ripercuote oggi nella demografia del Xinjiang con la zona a nord del Tarim che presenta diverse grandi città dove i cinesi sono ormai quasi la maggioranza e si staccano nettamente dagli uiguri per condizioni economiche e tenore di vita. Per completezza va detto che esiste poi una terza area ancora diversa, corrispondente alla parte più occidentale del Xinjiang e gravitante attorno alla città di Kashgar.

Molto interessante la mia esperienza nella Prefettura Autonoma di Bayngolin, la più grande della Cina, che si estende sia a nord che a sud del deserto del Taklamakan. Qui infatti ho percepito chiaramente le tensioni tra cinesi ed uiguri, riflettendo su alcune dinamiche con le quali mi stavo confrontando. Che Bayngolin sia una prefettura mongola non deve stupire, dato che il riconoscimento di autonomie a vari livelli nella politica cinese ricorda un pò il divide et impera o le alchimie istituzionali sovietiche. A nord del deserto, dove gli uiguri sono ormai quasi minoranza la presenza dell’esercito nelle città è molto forte e le ronde di militari armati sono prassi comune. Nel sud del Xinjiang invece lo stato cinese è molto meno presente, al punto che in alcuni luoghi, come Qiemo, nella piazza principale non è nemmeno presente la bandiera cinese. Resta da vedere se questa assenza indichi debolezza, disinteresse o volontà di non surriscaldare gli animi. In quasi tutte le città cinesi la piazza centrale è chiamata Rénmín Guǎngchǎng (人民广场), ossia piazza del popolo e si caratterizza per l’imponenza dei monumenti celebranti il partito comunista o sue autorità come Mao Zedong.

Quindi uno stato occupante che darebbe sfoggio di sè dove gli occupanti sono la maggioranza, con l’eccezione, per quanto visto, della piccola cittadina meridionale di Ke Mugazi da me trovata quasi militarizzata. Viene da pensare sul fatto che in realtà l’esercito si trovi non dove ci sia una maggioranza uigura (quindi una situazione di possibile pericolo) da controllare, ma dove ci sia una minoranza da difendere, quasi come se ad essere difesi non fossero i cinesi ma le attività economiche da loro detenute nelle città più ricche. Anche l’accento posto dalle autorità cinesi sullo sviluppo dello Xinjiang come elemento di pacificazione, induce a credere che sotto le accuse di fondamentalismo islamico si voglia attaccare delle sacche di resistenza ad un preciso modello di sviluppo.

Proprio a Korla, la capitale della Prefettura Autonoma di Bayangolin, ho vissuto il mio momento di protagonismo nelle tensioni sociali dello Xinjiang. Alla stazione dei treni litigando con una bigliettaia cinese (nei luoghi pubblici non ho praticamente visto dipendenti uiguri), dal fare noncurante e abbastanza poco propensa all’ascolto, ho immediatamente raccolto la solidarietà della popolazione locale non cinese attorno a me,  e mi è statto chiaramente fatto capire il non amore verso gli han. Che poi forse le autorita di una prefettura autonoma vogliano essere più “realiste del re” potrebbe essere in parte vero, ma tale questione ci porterebbe troppo lontano. Sempre interessante, ma in altra parte dello Xinjiang, il fatto che procedendo verso il Pakistan ci siano più controlli e posti di blocco che provenendone, cosa davvero strana viste le dichiarazioni ufficiali cinesi indicanti proprio il Pakistan come il luogo da cui giungerebbero i fondamentalisti islamici uiguri di ritorno nello Xinjiang.

In conclusione nessuno mi voleva uccidere, anche perché finora in Xinjiang i presunti fondamentalisti non hanno mai preso di mira degli stranieri, ma ho visto una situazione molto più complessa di quanto certe versioni interessate vogliono far credere. E solo a titolo di esempio si potrebbe citare il ruolo dei Xinjiang Production and Construction Corps, noti anche come Bingtuan, vere e proprie armate d’assalto che organizzano lo sfruttamento delle risorse dello Xinjiang inquadrando la maggioranza degli han nelle sue innumerovoli attività imprenditoriali.

Annunci