Pochi paesi hanno il potere evocativo della Mongolia, chi l’ha visitata sa come questo paese sia caratterizzato da orizzonti infiniti, apparentemente senza fine. In Mongolia si può davvero ascoltare il vento e toccare con mano la natura in tutta la sua potenza, ma la Mongolia non è solo una cartolina o un video da mostrare agli amici, la Mongolia è anche un paese difficile, dove la parte di popolazione ancora nomade conduce una vita estenuante,  mentre nella capitale – di fatto l’unica vera città del paese – vive una classe media occidentale. Ma la Mongolia è anche un paese che rischia la crisi.

L’economia mongola si basa sopratutto sull’estrazione di minerali, che rappresentano il 94% delle sue esportazioni. Nel paese si trova inoltre la miniera di rame di Oyu Tolgoi, tra le più grandi del mondo. Nel 2011 la il tasso di crescita economica della Mongolia era tra quelli più alti a livello globale, oggi ha recentemente firmato un prestito  di 250milioni di dollari dalla banca elvetica Credit Suisse. Il crollo del prezzo del rame, unito alla qualità dello stesso scopertasi non così alta come prospettata ed una moneta troppo forte, hanno infatti fatto precipitare il volume del minerale esportato.

Altro elemento chiave della crisi dell’economia mongola, che tuttavia mostra ancora qualche segnale di crescita, è la dipendenza dal mercato cinese dove si dirige il 90% delle esportazioni. La posizione geografica della Mongolia non aiuta, trovare nuove rotte commerciali non è compito facile, si potrebbe dire che questa sia l’altra faccia del mito che circonda la remota Mongolia. Il rallentamento economico cinese, senza dimenticare la crisi russa, significa inoltre un calo anche nel settore del turismo, altra grande risorsa del paese. La grande sfida nel futuro della Mongolia si chiama diversificazione.

La situazione poco felice si riflette anche a livello sociale, con l’aumentare delle tensioni e delle proteste. Negli scorsi anni moltissimi nomadi, attratti dal boom economico, hanno venduto i loro animali per trasferirsi in città, ossia nella capitale, spesso indebitandosi per iniziare la loro nuova vita. Oggi queste persone hanno di fatto perso tutto, ammassandosi nei quartieri di gher di Ulaanbaatar dove ormai vive più di metà della popolazione della città e dove le infrastutture sono estremamente carenti. Gran parte di loro rischiano oggi di essere trascinati sotto la soglia della povertà.

A protestare sono anche i gruppi ambientalisti e le opposizioni politiche. Il governo si è dimostrato incapace di gestire al meglio la cessione della miniera di Oyu Tolgoi al gruppo anglo-australiano Rio Tinto, rallentando le trattative per le continue richieste di denaro e fallendo nella redistribuzione, in servizi alla popolazione, di quanto incassato. Come se non bastasse, diversi ecologisti lamentano come si stia cercando di rendere la Mongolia un luogo attraente per gli investimenti nel settore delle scorie nucleari. Una situazione critica ma non ancora del tutto compromessa, certo non semplice.

Oggi il grande pericolo si chiama debito verso l’estero, ma fa paura anche la mancanza di investimenti. I grandi marchi stranieri del settore alberghiero arrivati negli anni del boom, hanno oggi chiuso le porte dei loro alberghi; i numerosi appartamenti figli dell’edilizia che ha cambiato il volto della capitale sono oggi vuoti, nonostante i prezzi siano crollati. In novembre Erdene Sambuunyam, leader sindacale dei minatori della compagnia statale Erdenes Tavan Tolgoi si è dato fuoco per protesta. Su tutto questo si alza nella steppa l’enorme statua di Gengis Khan, simbolo di anni d’oro ormai passati.

Come già detto la situazione non è ancora al suo punto di non ritorno, ma servirà intelligenza per affrontare problematiche che da economiche stanno diventando sociali. La Mongolia è un paese meraviglioso, ma la luce porta con sé l’ombra. Ora possiamo tornare ad ammirare i paesaggi mongoli.

Foto di Ludovic Hirlimann – Flickr

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