La Cina alla ricerca di sé stessa: la politica estera

Scritto per Asia Blog

Le rivendicazioni territoriali di Pechino, in particolare nel Mar Cinese Meridionale, assumono sempre più un ruolo rilevante nella sfera delle relazioni internazionali, così come il crescente confronto con gli Stati Uniti. Ma quali sono le linee guida della politica estera cinese? Il tentativo di rispondere a questa domanda coinvolge diversi aspetti del “pianeta Cina”, aspetti che proveremo qui a mettere in luce, suggerendo delle possibili linee interpretative.

Innanzitutto va detto che la visione geopolitica della Cina è quella di un mondo plasmato dalle forme della globalizzazione, dove di fatto non esisterebbe più nessuna grossa conflittualità. Un mondo quindi dove si impone la multipolarizzazione e la divisione del pianeta intorno a diversi leader regionali. A questo ordine di cose si oppongono gli Stati Uniti, accusati di neo-interventismo, che rifiuterebbero di abdicare al loro ruolo di leader mondiale. Pechino cerca dunque la costruzione di un modello di relazioni dominato da diverse grandi potenze, da qui il rifiuto di assumere un ruolo egemonico su scala planetaria.

Verso Washington la sfiducia è grande, soprattutto dopo la scelta americana di essere presente sul teatro asiatico, che la Cina ritiene di sua pertinenza. Di fronte a sé Pechino ha un ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) diviso tra paesi tradizionalmente ostili come Vietnam e Filippine e paesi, perlopiù quelli continentali, strettamente legati alla Cina da interessi economici e commerciali. Tuttavia le recenti prese di posizione cinesi hanno stupito per la loro fermezza, quasi che alle contese territoriali marittime sia stato applicato il principio dell’”integrità territoriale”, finora riservato ad aree quali lo Xinjiang, il Tibet e la Mongolia Interna. La grande questione resta tuttavia Taiwan, la cui risoluzione diplomatica potrebbe rappresentare per la Cina un successo d’immagine fortissimo.

All’aggressività cinese si possono dare due spiegazioni. La prima vede la politica estera come la valvola di sfogo del crescente nazionalismo della popolazione, uno dei contenuti con il quale si sarebbe riempito il “chinese dream”, così da mascherarne un possibile fallimento. La seconda spiegazione prende invece in esame direttamente l’esercito (Esercito di Liberazione Popolare), tra i cui compiti vi è la difesa del Partito Comunista Cinese, oltre che dei confini del paese. Un esercito quindi strettamente legato al potere politico, con il quale ora vi sarebbero importanti divergenze strategiche e dottrinarie.

Prima del XVIII Congresso del PCC la parola d’ordine è stata “uso diversificato delle forze armate”, ossia un impiego maggiore dell’esercito nella gestione delle calamità naturali e nella cooperazione internazionale per la sicurezza, come nel caso della lotta ai pirati somali. Tuttavia la prima dichiarazione di Xi Jinping, nel suo ruolo di Presidente della Commissione Militare Centrale del Partito Comunista Cinese, è stata che “l’esercito deve essere in grado di combattere e vincere”. Si è tentato di spiegare questa apparente contraddizione come una difesa dall’opposizione di parte dei vertici militari, osteggianti il nuovo corso dell’esercito; ma anche come uno “smarcamento” per riportare l’esercito su un piano militare, impendendo che ingerenze militari vadano a sovrapporsi all’operato del partito.

Sembra quindi che siano in atto mutamenti negli equlibri della dirigenza cinese, ma restano i dubbi sul fatto che il velo che avvolge il potere cinese possa essere squarciato, e addirittura ci si chiede se gli squarci stessi non siano fatti ad arte, con tecniche molto sofisticate, dal potere stesso. Una seria analisi delle vicende storiche cinesi da parte del partito comunista potrebbe infatti risultare estremamente destabilizzante per l’intera Cina.

Articolo scritto in base agli appunti presi in occasione della conferenza http://www.istitutoconfucio.unimi.it/index.php/it/corsi/501-cina-2013-la-nuova-leadership-al-potere

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