Il Turkmenistan ed il gasdotto fantasma

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Mappe e gasdotti

Il 13 dicembre scorso in Turkmenistan si sono festeggiati i 20 anni della politica di neutralità, in tale occasione il presidente turkmeno Gurbanguly Berdimuhamedov ha inaugurato presso Mary, i cui abitanti sono stati costretti a restare in casa per tutta la giornata, i lavori di costruzione del gasdotto TAPI, un progetto che risale agli anni novanta e che sembra mostrare le difficoltà in cui versa sempre più il Turkmenistan. Un mese dopo l’inaugurazione la data di fine lavori è ufficialmente slittata di un anno, a conferma di come questo progetto difficilmente vedrà la luce e dell’esistenza di un’incognita turkmena. Altro

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Orgoglio e gasdotti, la sfida del TAPI

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La costruzione del gasdotto

Il mondo della geopolitica energetica viene spesso trascurato, nonostante la sua importanza cruciale, a causa di un eccessivo tecnicismo. Vere e proprie valanghe di dati sommergono il lettore, arrivando al punto che anche degli esperti potrebbero avere difficoltà nel leggere certi articoli, se non del settore. Eppure la rete di gasdotti che si snoda attraverso il continente eurasiatico ha un suo fascino, conoscere meglio le dinamiche che ci permettono di cucinare la nostra cena potrebbe essere un’esperienza a portata di tutti. In questa galassia un gasdotto merita attenzione: il TAPI, che dovrebbe nascere in una delle regioni più complicate dell’Eurasia. Altro

Putin abbandona l’Europa, e l’Italia?

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Lire turche

Price is only one part in a business relationship. La telenovela della geopolitica energetica ha raggiunto il suo climax, la puntata che tiene gli spettatori incollati agli schermi, o forse no. Forse era un finale scontato non più rinviabile, come in quelle relazioni che si trascinano anni solo per l’interesse comune nel non vedere le malefatte dell’altro. In ogni caso l’annuncio russo della cancellazione del progetto South Stream, ha sancito una rottura tra Unione Europea e Russia dalle molte conseguenze, mettendo a nudo – una volta ancora – i nervi scoperti di una politica europea debole e senza una guida che sia capace di traghettarla verso un futuro si spera non troppo freddo. Vediamo di raccogliere alcuni spunti da quanto successo. Altro

Che cos’è il TAP, gasdotto adriatico

Scritto per East Journal

Chiunque abbia seguito le vicende energetiche europee  degli ultimi mesi, molto probabilmente si sarà imbattuto nell’acronimo TAP, soprattutto in relazione ad un altro nome che acronimo non è: Nabucco (più correttamente Nabucco West). Ma vediamo di andare a capire meglio che cosa significa TAP, ossia Trans Adriatic Pipeline. Altro

L’onda lunga di Nabucco

A volte accade di bere molto, ed allora spesso si è allegri, si straparla e si vede la realtà con occhi diversi. Ma poi ci sono i postumi, ci si sveglia con un forte mal di testa, magari sentendosi rimproverare da chi ricorda tutti i guai fatti e presto dimenticati. Il termine tecnico è hangover, e proprio questa sembra essere la situazione che l’Unione Europea sta vivendo dopo la fine della sbornia da Nabucco. Altro

Nabucco, fine della corsa. Atene ride della disfatta europea

Scritto per East Journal

Quello che tutti attendevano si è avverato: il consorzio che gestisce il giacimento di Shah Deniz ha deciso che non sarà Nabucco West a portare il gas azero in Europa. Ufficialmente la scelta è stata determinata dal prezzo a metro cubo che Italia e Grecia si sono impegnate a pagare, ma in realtà le motivazioni che hanno portato alla scelta della TAP (Trans Adriatic Pipeline) sembrano essere state influenzate da ragioni politiche. E l’Europa, in particolar modo quella orientale, è già in fermento. Altro

Mosca e Bruxelles rischiano grosso: nella guerra del gas tutti contro tutti

La contesa energetica in atto si fa incandescente, e nella guerra contro la Russia l’Unione Europea rischia di lasciare aperti dei varchi attraverso i quali altri attori potrebbero infilarsi, e non sembra che questo possa fare gli interessi europei. La lotta contro Mosca rischia di diventare sempre più controproducente, assumendo un carattere più politico che economico, proprio quando siamo in dirittura d’arrivo per quanto riguarda la corsa al gas azero, dove Nabucco West rischia sempre più di perdere. Altro

Il Nabucco e lo sfaldamento dell’Unione Europea, a Bruxelles si parla russo

Scritto per East Journal

La saga del gasdotto Nabucco (oggi Nabucco West) sta per giungere alla sua conclusione, e con lei le speranze che l’Europa sia unita, almeno in merito alle scelte energetiche. A giugno il consorzio che gestisce l’importante giacimento di Shah Deniz dovrà infatti decidere se affidare la distribuzione del gas alla odierna versione ridotta di Nabucco oppure alla Trans Adriatic Pipeline (TAP), l’unico altro concorrente rimasto in lizza.

I due gasdotti vedono differenze molto significative, a partire dal percorso. Finanziato da compagnie ungheresi, bulgare, romene e austriache (che hanno rilevato le quote di compagnie tedesche) Nabucco ha come punto terminale Baumgarten, in Austria. Nabucco inoltre è stato sempre oggetto di critiche all’interno dell’Unione Europea per i suoi costi, al punto che il progetto è stato notevolmente ridotto (diventando appunto Nabucco West), e legandosi sempre più alla realizzazione di un altro gasdotto, la Trans Anatolian Pipeline (TANAP), progettato congiuntamente da Turchia ed Azerbaigian. Recentemente le compagnie detentrici di Nabucco hanno offerto il 50% della proprietà del gasdotto allo stesso consorzio di Shah Deniz.

TAP invece ha un percorso totalmente diverso, attraversando il Mar Adriatico e giungendo in Italia, dopo aver attraversato Albania e Grecia. Dietro a TAP ci sono compagnie tedesche, norvegesi e svizzere, ossia rappresentanti dei paesi europei al momento più vicini alla Russia. Il che non è da poco se si pensa che lo sfruttamento del gas azero è pensato dall’Unione Europea proprio in ottica di una riduzione della dipendenza energetica da Mosca. Un importante punto a favore di TAP è la presenza della compagnia norvegese STATOIL che fa parte anche del consorzio che dovrà decidere  dello sfruttamento del giacimento azero.

A complicare la realtà europea il fatto che molti paesi si stanno mostrando interessati a partecipare in South Stream,  progetto russo – con forti partecipazioni tedesche – nato per portare gas in Europa aggirando l’Ucraina, paese per la Russia problematico. Recenti incontri tra Vladimir Putin e Angela Merkel hanno di fatto sancito la scelta russa di ampliare South Stream, a scapito della realizzazione di una rete di gasdotti passanti per l’Europa Centrale e la Polonia. Recentemente hanno mostrato il loro interesse per il gasdotto russo paesi come la Finlandia, l’Olanda e addirittura la Gran Bretagna, che sembra sempre più legata a Mosca. Di fatto in Europa, almeno in campo energetico, esiste un “problema orientale”.

Gli interessi tra Europa occidentale e orientale sono infatti sempre più distanti, e mentre paesi come la Germania hanno rapporti economici molto stretti con la Russia, altri paesi come ad esempio quelli baltici si fanno promotore di politiche di opposizione a Mosca; va a proposito ricordato che le prese di posizione dell’Unione Europea contro Gazprom vedono all’origine azioni intentate dai paesi dell’Europa centro-orientale. Dunque un’ Europa divisa in due, dove la Storia recente gioca un suo ruolo e che rischia di incrinare un’ Unione sempre più fittizia. Ma soprattutto un’Unione Europea che potrebbe doversi trovare a scegliere tra la Russia ed una parte di sé.

Molto significativo il fatto che il Commissario all’Energia europeo, Günther Oettinger, abbia scritto una lettera alla responsabile degli Affari Esteri, Catherine Ashton, invitandola ad evitare che in seno all’Unione Europea nasca una discussione intorno a Nabucco e TAP, questo quando il 22 maggio è previsto un summit europeo dedicato proprio alle questioni energetiche.

http://networkedblogs.com/KP9Bc

http://en.trend.az/capital/energy/2146122.html

http://en.trend.az/capital/energy/2139051.html

http://networkedblogs.com/Kq1N6

http://en.trend.az/capital/analytical/2139081.html

Gli USA alleati dell’Iran, il Pakistan centro del mondo e risorge la Via della Seta

Non sono giorni facili quelli che il governo americano sta vivendo, e quelli a venire non saranno meno movimentati. Gli americani presumibilmente dovranno rivedere le politiche verso l’Iran ed arrivare a degli accordi con Teheran, pena vedere la formazione di un asse geopolitico che dalla Cina arrivi alla Turchia, passando per il Medioriente e l’Asia Centrale; in sostanza la creazione di una vera e propria realtà eurasiatica assoolutamente di primo piano per quanto riguarda il potenziale energetico, e non solo.

Altro

Una debole Europa e le pretese azere, la Turchia si scalda a bordocampo

I rapporti tra Unione Europea ed Azerbaigian peggiorano ogni giorno di più, e sembra che le cose non possano che peggiorare. Baku, forte del suo peso energetico, pretende di essere considerato dall’UE un partner di primo livello, ricevendo la stessa politica di favore e di scambio quasi paritario che Bruxelles ha con altri paesi un tempo appartenenti alla sfera d’influenza sovietica. Le autorità azere giocano al rialzo sul bisogno europeo di gas, respingendo le norme che l’UE chiede di introdurre soprattutto riguardo ai diritti umani ed alla democratizzazione della vita politica.

Oltre che dalla necessità europea di “svincolarsi” dal gas russo, l’Azerbaigian si fa forte della sua importanza strategica ai fini della lotta globale al terrorismo. La visione della democrazia propria delle autorità azere è significativa: i diritti individuali devono essere concessi quando le condizioni economiche e politiche saranno “modernizzate”, e la democrazia sarebbe solo una “distrazione” che allontana dal raggiungimento di tale obiettivo.

Da parte sua l’Europa si sta sforzando di diversificare le sue fonti energetiche, in modo da poter ridimensionare l’importanza del gas azero. Inoltre il ritiro dall’Afghanistan, previsto per il 2014, aumenterà il ruolo strategico dei rapporti con India, Russia ed Iran a discapito proprio di quelli con l’Azerbaigian. L’intenzione di Bruxelles sembra essere quella di arrivare ad avere con il governo azero un rapporto basato esclusivamente su singoli punti, senza un programma di ampio respiro, come avviene per esempio con l’Arabia Saudita.

Ma tra le accuse che Baku rivoge a Bruxelles vi è anche quella di scarso impegno nel gruppo di Minsk, struttura interna all’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), nel trovare una soluzione alla non risolta questione del Nagorno-Karabakh. Proprio contro l’OSCE le autorità azere si sono recentemente scagliate dichiarando di voler ridefinire i compiti dell’organizzazione internazionale. Non sembra casuale che in Azerbaigian ad ottobre si terranno le elezioni presidenziali e che proprio l’OSCE ha sempre criticato la correttezza e la trasparenza delle tornate elettorali azere.

Paradossalmente a difesa del governo azero è intervenuto il capo missione OSCE in Azerbaigian, il turco Koray Targay, che ha ricordato come Baku stia procedendo sulla via delle riforme, dimenticando (o forse no) i numerosi arresti per reati di opinione,  nonché la volontà azera di espellere l’organizzazione statunitense National Democratic Institute, accusata di fomentare disordini. Se da un lato le parole di Targay possono essere viste come la volontà di non creare polemiche in vista degli incontri, che si terranno ad Aprile, tra l’OSCE ed il governo azero, dall’altro non va dimenticato il ruolo della Turchia nella regione.

La Turchia, infatti, si pone sempre più come attore regionale, anche grazie alla cooperazione con la Russia nel quadro dell’organizzazone internazionale nota come BSEC (Black Sea Economic Cooperation), promossa proprio dalla Turchia e dove l’Italia ha ruolo d’osservatore. La zona del Mar Nero è cosparsa di conflitti non risolti e tensioni interstatali, con l’UE sempre meno presente e sempre meno interessata alla cooperazione con paesi non candidati all’ingresso nell’Unione.

La Turchia si oppone fermamente ad ogni possibile escalation nell’area del Mar Nero, sfruttando la convenzione di Montreux e negando l’accesso alle navi da guerra di paesi terzi, come avvenuto con le navi statunitensi durante la guerra tra Russia e Georgia del 2008. Ankara si oppone inoltre alla creazione nella zona di basi militari NATO nella regione, affermando che tale organizzazione ha in passato creato divisioni preferendo il confronto alla cooperazione.

Una Turchia quindi che si lega sempre più all’Azerbaigian ponendosi come possibile risolutore della crisi del Nagorno-Karabakh, interagendo con una Russia verso la quale un rapporto di fiducia è ancora da costruire. Mentre l’Europa è sempre più lontana, persa nelle sue divisioni, nelle sue crisi e nella sua economia “a varie velocità”, incapace di fornire un modello che possa ispirare fiducia.

http://www.eurasianet.org/node/66617

http://www.eurasianet.org/node/66701

http://en.trend.az/news/karabakh/2129818.html

http://networkedblogs.com/IYBg1

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