Mongolia e nomadismo sono due termini praticamente indissolubili. Pensare alla Mongolia significa correre con la mente all’immagine di steppe infinite, su cui pascolano mandrie di cavalli e costellate di gher, le tradizionali abitazioni nomadi. Gli allevatori nomadi, eredi di pratiche antiche millenni, sono una parte fondamentale della cultura e dell’identità mongola. Non è infatti possibile la Mongollia, senza capirne la sua componente nomade, tanto che secondo alcuni storici la stessa capitale Ulaabaatar, prima di trovare la posizione occupata attualmente, si sarebbe spostata nel corso della sua storia quasi trenta volte.

Le caratteristiche della Mongolia, per l’80% coperta da terreni adatti al pascolo, ne fa un territorio decisamente adatto all’allevamento nomade, tuttavia questo stile di vita è oggi in grave pericolo, tanto da rischiare di scomparire. La crisi del nomadismo mongolo iniziò con il crollo del blocco socialista sovietico, al quale la Mongolia faceva riferimento. La privatizzazione dei pascoli infatti da un lato impedì le tradizionali usanze e rotte del pascolo itinerante, dall’altro concentrò le terre nelle mani di poche persone che sfruttando intensivamente il territorio portarono ad un impoverimento della produttività dei pascoli stessi.

L’ingresso nell’economia di mercato non significò solo concentrazione delle terre, significò anche il favorire l’allevamento, ad esempio, di capre da cachemire destinate al mercato estero a scapito di un allevamento rivolto alla sussistenza delle famiglie nomadi. La sostenibilità della vita nomade fu messa a dura prova anche dalle nuove tecnologie disponibili, ad esempio nei trasporti, fattore di miglioramento della vita dei nomadi ma anche fonte di maggior inquinamento e produzione di rifiuti. Nel contesto economico mongolo significò anche perdita di peso per il settore, a fonte di un enorme sviluppo invece del settore minerario.

A peggiorare la vita degli allevatori nomadi mongoli sono poi gli effetti dei cambiamenti climatici, essendo la Mongolia uno dei paesi al mondo più colpiti dalle conseguenze del riscaldamento globale. Negli ultimi settant’anni la temperatura è salita mediamente di circa due gradi, desertificando parte del territorio del paese e spostando verso nord di 150km il limitare del deserto del Gobi. Il cambiamento climatico sta inoltre portando a condizioni ambientali estreme con estati più secche ed inverni più rigidi, complicando il già difficile panorama climatico mongolo, con la diminuzione delle precipitazioni davvero vitali per il bestiame.

Un fenomeno tipicamente mongolo è lo dzud, di cui esistono diverse varianti ma di particolare rilievo quella in cui estati secche e inverni rigidi fanno sì che il bestiame si trovi di fronte ad un terreno particolarmente congelato, senza riuscire a raggiungere l’erba peraltro scarsa. Negli ultimi decenni episodi di questo tipo hanno portato alla moria di milioni di capi di bestiame; si stima che nel 2010 la Mongolia abbia perso circa il 20% di tutti gli animali allevati nel paese. Di fronte a tragedie di tale misura, per molti allevatori non resta che abbandonare i pascoli per trasferirsi nella capitale Ulaanbaatar in cerca di possibilità e miglior fortuna.

Degli oltre tre milioni di abitanti della Mongolia, quasi il 50% vive nella capitale, con un ritmo di urbanizzazione in forte aumento negli ultimi decenni (si stima un ritmo di 40 mila nuovi arrivi ogni anno). I nomadi, una volta in città, piantano la propria gher dove possibile, arrivando a creare dei veri e propri quartieri di tende senza acqua corrente o elettricità. D’inverno, per scaldarsi nelle rigide temperature mongole, in queste aree della città si brucia carbone, plastica e letteralmente tutto quello che si trova rendendo l’aria irrespirabile e facendo di Ulaanbaatar di fatto una delle città più inquinate del pianeta.

Per le autorità mongole è fondamentale capire che migliorare le condizioni di vita degli allevatori nomadi, significa aiutare la Mongolia a cambiare direzione, virando verso un’economia sostenibile. Diverse associazioni stanno lavorando proprio su questo, rimettere la cultura nomade al centro della vita mongola, conservando un patrimonio di usi e tradizioni unico su cui fondare una nuova visione del futuro del paese. In questo contesto il turismo ha un ruolo fondamentale, non più famiglie nomadi come attrazione turistica ma la riscoperta di un vero e proprio stile di vita che ha molto da insegnare di fronte ai danni del progresso.

Parti per la Mongolia con Farfalle e Trincee

Fonte immagine: The Guardian