E potremmo anche dire d’Europa… Ci sono storie celebri, storie meno conosciute e storie di cui non si sa praticamente nulla, come quella che stiamo per andare a raccontare. La bellezza della Storia è anche quella di dare la possibilità di andare alla scoperta di vicende dimenticate, di cui magari rimane traccia in poche righe sulla pagina di un libro, vite mai del tutto dimenticate ma rimaste a lungo nell’oblio. Proprio quello che è successo a me con Antonio Corea, scoperto per caso leggendo un libro, Storia della Corea di Maurizio Riotto, di cui occupa in tutto undici righe, undici righe che ridanno vita ad Antonio; andiamo a conoscerlo.

Siamo in Giappone, verso la fine del XVI secolo, Toyotomi Hideyoshi ha da poco unificato il paese sino allora dominato da clan familiari rivali. Toyotomi è un ex samurai al servizio di Oda Nabuanaga, una volta assunto il controllo del paese, impose una rigida divisione sociale proibendo l’uso delle armi a chi non fosse samurai, proibendo a sua volta a questi di coltivare terre. Dopo un primo periodo di rapporti cordiali con la Cina decise di conquistarla, forse per dare sfogo al suo esercito diventato turbolento dopo un lungo periodo di pace, diede così il via al suo progetto bellico nel 1592 con una tappa preliminare: l’invasione della Corea.

Era l’inizio della guerra detta di Imijin, conclusasi nel 1598 con la morte dello stesso Toyotomi e punto di svolta nella storia coreana. Per la prima volta stranieri entrarono nel paese, preti cattolici e mercenari portoghesi al seguito degli invasori, mentre la politica coreana si irrigidì in un rigido confucianesimo chiuso verso l’esterno. Antonio Corea fu tra i prigionieri di questa guerra, così come Kang Usong che della cattura da parte dei giapponesi fece la sua fortuna imparando il giapponese e scrivendo libri diventati poi testi per l’esame ufficiale della scuola interpreti, arrivando anche a ricoprire il ruolo di funzionario di II livello.

Di Antonio Corea non si conosce nemmeno il nome, dato che quello con cui lo conosciamo gli venne dato dal mercante italiano che lo comprò e lo battezzò, Francesco Carletti. Si trattava di un mercante fiorentino, il primo uomo a compiere privatamente la circumnavigazione del globo, la cui attività iniziò a Capo Verde come commerciante di schiavi destinati verso le Indie occidentali. Probabilmente Carletti acquistò Antonio a Nagasaki, tra i primi porto giapponesi ad aprirsi ai portoghesi che si stavano diffondendo partendo dalle loro colonie di Malacca e Macao; tuttavia alcune fonti indicano che Antonio venne acquistato a Goa.

Antonio imparò in fretta l’italiano e partì per l’Italia con Francesco, con un lungo viaggio avventuroso in cui il mercante perse tutti i suoi beni venendo depredato dagli olandesi sull’isola di Sant’Elena. Arrivato a Firenze nel 1606, probabilmente il primo coreano a mettere piede in Europa, di Antonio si perdono le tracce, probabilmente venne liberato dal Carletti che al momento di scrivere le sue memorie lo crede a Roma. Di Antonio Corea non si molto di più se non che è ritenuto essere il soggetto di un quadro di Rubens, che lo avrebbe incontrato proprio a Roma, venduto nel 1983 da Sotheby’s per la cifra di 324mila sterline.

Ma la Calabria? La Calabria rientra in questa vicenda per il fatto che Antonio Corea è ritenuto aver vissuto ad Albi, piccolo comune della provincia di Catanzaro abbarbicato sulle alture della Sila piccola. Ancora oggi alcuni abitanti di Albi si ritengono discendenti di Antonio, tanto che uno di essi ha chiesto nel 1896 al governo della Corea del sud di poter visitare la Corea in memoria del suo antenato, venendo accontentato per le celebrazioni dell’anniversario della Guerra di Imijin, nel 1982. La storia di Antonio Corea è molto nota e sentita in Corea, tanto che una troupe della televisione coreana ne ha ricercato le tracce in Calabria.

 Antonio Corea è infatti ritenuto dai coreani un simbolo delle vittime dell’imperialismo giapponese, nonché un precursore delle comunità coreane all’estero. Soggetto di romanzi in Corea, Antonio è stato celebrato anche in Italia, nel 2014, in occasione dei 130 anni delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Se alcuni abitanti di Albi ritengono il proprio cognome derivare dal loro progenitore, va comunque detto che tale cognome tipico del catanzarese avrebbe origine dal greco choreos ossia ballerino, artista oppure – sempre dal greco – da crea che significa carne e potrebbe avere a suo tempo indicato la professione di macellaio.

Per concludere con una nota di colore, se Antonio non ha dato origine ad un cognome diffuso in Calabria la Corea ha dato tuttavia il nome alle periferie milanesi. Venivano infatti chiamati coree gli ammassi di ricoveri di fortuna, abitati perlopiù da immigrati meridionali, sorti nella cintura milanese per il fatto di essere contemporanei alla guerra di Corea (1950-1953), un paese di cui in quegli anni probabilmente nessuno aveva mai sentito parlare prima. La Storia ha sempre qualche riga per tutti, basta avere la voglia di andare a cercarle, riportando in vita un mondo scomparso, proprio come quello di Antonio Corea, coreano calabrese.

Fonte immagine: Codart.nl