Oggi Macao si chiama 澳门 (Aomén) ed è parte integrante del territorio cinese, ma per oltre quattrocento anni è stata una città portoghese. Macao è forse stato uno dei luoghi di Cina più ricchi di fascino, con le sue contaminazioni culturali, dalla cucina all’architettura passando per i nomi stessi degli abitanti con il loro mix sino-lusitano. Tuttavia, questo angolo di Mediterraneo in piena Asia è stato anche un luogo la cui Storia fa riflettere, dove forse più che altrove sono emersi i limiti del colonialismo occidentale e dell’incomprensione culturale, limiti ben evidenti sin dai primi tra Portogallo e Cina; per capirlo bisogna fare un balzo indietro.

Il primo portoghese a mettere piede sul suolo cinese fu Jorge Alvarez nel 1513, sbarcando nel delta del Fiume delle perse su di un’isola ancora oggi non ben identificata nei pressi dell’odierna Guangzhou. Alvarez era in compagnia del capitano Brito, un personaggio che ben rappresenta che i primi avventurieri che si lanciarono alla scoperta dell’Asia, spesso finendo consiglieri militari dei sovrani del sudest asiatico quando non sovrani e fondatori di imperi loro stessi. Brito era anche governatore di Malacca, oggi in Malaysia, crocevia commerciale strategico e dal 1511 colonia portoghese conquistata a suon di cannonate.

Proprio a Malacca arrivò nel 1512 Tomé Pires, farmacista e scrivano figlio del farmacista personale del re portoghese Giovanni II. Pires, trasferitosi in precedenza nella colonia indiana di Cochin, fu scelto per sedare i contrasti sorti tra i portoghesi dopo la conquista di Malacca. Tornato in India nel 1515. Proprio a Pires l’anno seguente fu proposto di guidare la prima ambasciata portoghese alla volta di Pechino, nonostante mancasse poco alla pensione, Pires scelse il fascino dell’ignoto dando inizio a quella che fu il primo difficile incontro tra Cina e Portogallo. Un’ambasciata dove i portoghesi fecero tutto quello che non andava fatto.

Il colonialismo portoghese si era forgiato in Africa, basato su innovazione tecnica e forza militare. In Cina il Portogallo non capì le sottigliezze della diplomazia asiatica, credendo di poter far valere anche qui la logica della forza. I portoghesi dovettero dapprima convincere i cinesi di non esser pirati, quindi una volta arrivati a Guangzhou spararono colpi di cannone a salve offendendo tutti i funzionari cinesi, venendo infine bloccati in attesa che la burocrazia concedesse il permesso di proseguire il viaggio verso la capitale imperiale.  Una volta a Pechino Pires e gli altri vennero messi in catene: una flotta portoghese aveva attaccato il delta.

Sulla sorte del nostro ambasciatore non ci sono dati certi, secondo alcuni morì nel 1524 in prigione, secondo altri nel 1540 in libertà; quello che resta di Pires è in ogni caso il libro che scrisse riflettendo sul fallimento della sua missione: la Suma Oriental, dove tentò di capire e spiegare la realtà della Cina e del sudest asiatico. In questo libro emergono tutti i limiti culturali del colonialismo portoghese, con l’introduzione del concetto razziale e la sovrastima dell’importanza della religione. Pires, infatti, con una miopia di vedute non capì mai perché i cinesi non si allearono con i portoghesi contro indù e musulmani.

Nonostante questo pessimo avvio, la comunità portoghese si sviluppò a Macao, città collegata alle colonie di Goa e Malacca, snodo del commercio tra Cina e Giappone e centro della cristianità in Oriente. Nei secoli successivi iniziò il declino dell’impero portoghese e Macao dovette difendersi dagli olandesi prima e dal predominio economico degli inglesi a Hong Kong poi. Nel XX secolo la colonia portoghese diventò un rifugio per tutti coloro che scappavano dalla Cina per motivi politici o economici, tra cui anche Sun Yat Sen, futuro padre della Repubblica. Tuttavia per il Portogallo era un peso eccessivo e nel 1999 Macao torno cinese.

Oggi a Macao il portoghese è sempre meno parlato e la città è alle prese con profondi mutamenti. Dopo il ritorno sotto l’autorità cinese Macao superò Las Vegas come capitale mondiale del gioco d’azzardo, grazie alla liberalizzazione dei casinò firmata dal governo di Pechino nel 2001. La crisi economica globale del 2007 e la campagna anticorruzione del governo cinese iniziata nel 2014 a cui sono seguite le nuove leggi del 2017, hanno portato ad un’esigenza di diversificazione nella vita economica della città. Resta comunque il fascino di un luogo dove ancora oggi si può trovare una cultura unica che unisce mondi lontani e diversi.

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Fonte immagine: nusantarareview.com