Sulla Via della seta corrono merci, persone, idee ed anche storie. Tra queste una di quelle più discusse è l’incontro tra Roma e la Cina, o per meglio dire dell’impero romano con quello cinese. Per risalire alle origini di questo incontro dobbiamo tornare indietro nel tempo, alle guerre mitraditiche (88-63 a.c.), quando le armate di Pompeo e Lucullo portarono Roma in Asia Minore e sulle coste del Mar Nero. In seguito, con la pax romana, coincidente con l’ascesa al potere di Ottaviano, Antiochia ed Alessandria divennero il punto di partenza delle due grandi rotte commerciali verso oriente, la prima terreste e la seconda marittima.

Proprio la rotta marittima, che terminava nei pressi dell’attuale Hanoi, in Vietnam, vide l’arrivo della prima ambasciata romana in Cina ufficialmente registrata, nel 166. Le cronache cinesi parlano di una missione inviata dal “re di Da Qin”, che oggi si tende a credere non si trattasse di Marco Aurelio re di Roma ma di un omonimo mercante originario di Palmira. In ogni caso la vicenda mostra come merci e persone potessero viaggiare senza soluzione di continuità tra Roma e la Cina e viceversa, in realtà sembra che i contatti tra questi due imperi siano stati quasi esclusivamente indiretti.

Jean-Noel Robert, Da Roma alla Cina, LEG Edizioni

Sulla Via della seta fu infatti fondamentale il ruolo degli intermediari, in particolare l’impero dei parti e quello di kushana, desiderosi di impedire che i due grandi imperi non entrassero in contatto. Significativo il fatto che nel 97 il cinese Gan Ying, inviato verso Roma dal generale Ban Chao, riuscì dopo avere attraversato l’Asia Centrale ad arrivare solo fino al Mar Nero, venendo dissuaso a tornare indietro proprio dai parti. In quel periodo la possibilità di contatto tra i due imperi divenne quasi realtà tanto che i due eserciti arrivarono quasi a toccarsi presso Ctesifonte, in Mesopotamia, ma la Storia decise diversamente.

Altra data fondamentale nella Storia che stiamo raccontando è il 53 a.c., quando Roma subì una cocente sconfitta per mano, nemmeno a dirsi, dei parti. Guidate da Marco Licinio Crasso, non esente da colpe nel disastro, le legioni romane vennero sbaragliate presso Seleucia grazie tra l’altro all’arco tipico delle steppe, sino a quel momento ignoto ai romani. La testa di Marco Licinio Crasso rotolò in battaglia e la sconfitta fu l’inizio del mito della legione romana scomparsa in Asia Centrale. Quando dopo 33 anni Ottaviano Augusto chiese ai parti la restituzione dei prigionieri di Carre si scoprì che di circa 15mila soldati si erano del tutto perse le tracce.

Giusto Traina, La resa di Roma, Laterza

La Storia qui diventa leggenda e le teorie sulla sorte dei prigionieri scomparsi si moltiplicano, quello che sembra certo è che i parti usassero inviare verso est i prigionieri di guerra catturati ad occidente, destinandoli alla difesa dei confini orientali dell’impero. Secondo alcuni storici vennero inviati in Margiana, nell’attuale Turkmenistan, secondo altri al confine con la Mongolia e secondo altri ancora si sbandarono finendo per diventare mercenari al soldo degli unni. Questa vicenda sarebbe calata nell’oblio, se non fosse stato per lo storico americano Homer Hasenpflug Dub e per un dettaglio degli annali della dinastia cinese degli Han.

Dubs scoprì che nella biografia del generale Chen Thang, scritta da Bau Gau nel I secolo d.c., si parla di Zhizhi (oggi Dzhambul in Uzbekistan), città conquistata dai cinesi nel 35 a.c. quando intervenennero nel corso di una guerra civile tra gli unni, ma soprattutto si parla della sconfitta di Chih Chih la cui guarda del corpo sarebbe stata composta da soldati di un’altra etnia specializzati nella difesa a lisca di pesce, molto simile alla testudo romana. Anche i particolari sistemi difensivi della città, a quel tempo sconosciuti nella tradizione militare cinese, ricordavano molto quelli romani. Le traversie della legione scomparsa non era tuttavia terminate.

Andrea Fraschetti, Il mistero della legione perduta, Il ciliegio

Le armate cinesi catturarono circa 200 di questi soldati stranieri e li trasferirono nel Gansu, nell’odierna Zheilazhai a quel tempo chiamata Lijian (che secondo alcuni ricorderebbe la parola legione), anche qui con il compito di difendere i confini ma stavolta quelli cinesi dai tibetani. La pubblicazione dello studio di Dubs, nel 1957, provocò una vera e propria corsa a Zheilazhai dove vennero intrapresi scavi archeologici e lo studio dei tratti genetici della popolazione, che rivelò un DNA con profonde influenze occidentali. Tuttavia le ricerche furono ostacolate dal governo cinese che non gradiva riscontrare un’origine straniera di parte della sua popolazione.

A Lanzhou, la capitale del Gansu, venne anche fondato un centro universitario di studi italiani, mentre nella città di Zhailazhai la legione romana scomparsa divenne un’attrazione turistica. Le teorie sono davvero molte, gli storici non sono concordi ed i soldati romani sono stati collocati nei posti più disparati: Turkmenistan, Afghanistan, Tashkurgan e il Qinghai; secondo qualcuno non sarebbero nemmeno stati a Zhizhi dove invece si sarebbe trattato invece dei discendenti di Alessandro il Grande. Quello che resta certo è che la Via della seta fu, ed è ancora, una grande rotta su cui viaggiano merci, persone, idee ed anche storie.

Fonte immagine: Thestudentroom.co.uk

 

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