Secondo un importante studio del 2017 in Africa ci sono circa 10mila imprese cinesi, quasi tutte private, lo scambio commerciale bilaterale è aumentato di oltre il 20% e gli investimenti cinesi nel continente africano vedono una crescita annua esponenziale. Attratta dal bisogno di materie prime e da nuovi possibili mercati per i suoi prodotti, la Cina ha letteralmente invaso l’Africa, a sua volta bisognosa di infrastrutture e aiuto economico. Pechino, tra il 2000 ed il 2014, ha concesso a paesi africani prestiti per 86 miliardi di dollari, diventando il più grande creditore della regione subsahariana, di cui detiene oggi il 14% del debito.

Parallelamente alla crescita della penetrazione commerciale cinese in Africa, è nato tra gli analisti un acceso dibattito su cosa questa significhi. Secondo alcuni la Cina starebbe attuando una politica colonialista di sfruttamento, investendo in paesi dove non ci sarebbero ricadute economiche dovute ai progetti realizzati. Altri studiosi ritengono, invece, quello cinese essere un modello di relazioni commerciali che permette un reale sviluppo economico dei paesi africani, limitandosi alla sfera economica senza fare pressioni sui governi locali affinché adottino particolari regimi politici o si allineino nella difesa di particolari diritti.

La questione è complessa e la Cina si trova ormai ad affrontare la questione della difesa dei suoi interessi, affiancando alla sfera economica una sfera d’azione militare, come emerso dal recente Forum di Difesa e Sicurezza Cina-Africa tenutosi a Pechino. A Gibuti l’esercito della Repubblica Popolare ha inaugurato la sua prima base africana, mentre si vocifera che una seconda potrebbe aprire in Namibia. L’export di armi dalla Cina verso i partner africani è in aumento, come lo sono le partecipazioni a missioni di peacekeeping e le operazioni anti pirateria e terrorismo, mentre in Tanzania istruttori cinesi addestrano le locali forze armate.

Il dilemma è proprio capire se la Cina riuscirà a mantenere i suoi rapporti con i paesi africani su un piano strettamente commerciale, senza andare oltre nella difesa dei suoi interessi come si dice sia successo, cosa sempre negata da Pechino, nelle dimissioni di Robert Mugabe nel 2017 in Zimbabwe. La presenza militare, il possesso del debito ma anche il fiume di prodotti cinesi che sommerge i mercati africani potrebbero portare a dei malcontenti della popolazione e sfociare in crisi politiche, soprattutto in paesi troppo dipendenti dagli andamenti dell’economica cinese, proprio quello successo ad esempio in Laos nel 2015.

Un libro molto interessante, anche se non recente, per capire cosa voglia dire Cina in Africa è Cinafrica, scritto nel 2008, da due giornalisti francesi esperti di Africa: Serge Michel e Michel Beuret. L’inchiesta degli autori si concentra soprattutto sulle storie degli imprenditori cinesi nel continente nero, raccontandone la vita quotidiana ed i rapporti con le popolazioni locali, dividendo la ricerca in aree geografiche ognuna delle quali contestualizzata in un’ottica politico-commerciale. Quello che ne emerge è un quadro vivido, lontano dalle asettiche tabelle economiche, fatto di sogni, fatica ed investimenti.

Il merito più grande di questo reportage è proprio l’aver saputo umanizzare una questione economica, facendo toccare con mano il lettore la vita di quei cinesi che si sono riversati in Africa come un tempo i cercatori d’oro raggiungevano il Klondike. Dalle pagine emerge l’incontro di due mondi lontanissimi, emergono le storie di Peng Shu Lin, operaio giunto in Nigeria tramite un’agenzia interinale nel cuore della Cina, di Philippe Yé ex legionario francese oggi uomo d’affari o di Jacob Wood che investe in Africa dagli anni settanta. Ma questo libro racconta anche della crisi di relazioni tra l’Africa e gli ex-paesi coloniali.

Se la presenza cinese in Africa – di cui avevamo scritto già nel 2013 – è ormai consolidata, l’Unione Europea cerca una nuova strada, tentando di superare i fantasmi del passato colonialista, che comunque gli garantisce canali preferenziali e legami storici oggi trasformati in accordi di libero scambio. Diverso invece il caso degli USA, i cui rapporti con i paesi africani sono basati sul African Growth and Opportunity Act (AGOA), un accordo di libero scambio non bilaterale, tuttavia l’autosufficienza energetica americana ha fatto precipitare gli scambi commerciali dai 100milairdi di dollari del 2008 ai 39 del 2017.

In definitiva la domanda iniziale resta senza risposta, anzi a questa se ne affianca un’altra: è possibile un commercio senza armi che lo difendano?

 

Fonte immagine: Council on foreign relations
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