L’Asia Centrale in Italia è pressoché sconosciuta, le pubblicazioni dedicate a questo remoto angolo di pianeta sono poche, anche in ambito accademico. Ancora meno quelle in italiano, davvero troppo poche e spesso tradotte dopo troppi anni. Qualcosa in più possiamo trovare in ambito turistico ma siamo sempre lontani dall’avere un panorama esauriente, quindi ogni nuovo libro che compare sugli scaffali delle librerie, reali o virtuali che siano, non può che fare piacere.

Stiamo parlando di Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale, scritto da Erika Fatland ed apparso per la prima volta nel 2014 in Danimarca ma scritto in norvegese, il che ben si abbina con le intricate linee etniche e linguistiche dell’Asia Centrale. Il libro racchiude l’esperienza di viaggio dell’autrice nella terra degli stan, un’esperienza arricchita dal fatto che Erika è un’antropologa sociale, il che le permette di affrontare le vicende vissute con un occhio allenato a cogliere le sfumature, traendo importanti lezioni da particolari quasi insignificanti che potrebbero facilmente sfuggire ai comuni visitatori dell’Asia Centrale.

La realtà centroasiatica è infatti una realtà fatta di dettagli come la foggia degli abiti, uno degli elementi distintivi delle varie etnie è ad esempio la forma dei cappelli degli uomini. I dettagli in Asia Centrale sono il filo d’Arianna attraverso cui orientarsi nel labirinto di confini e Storie, un labirinto dove nomadi sono stati resi sedentari, popolazioni sono state spostate come pedine, identità sono state create ed usanze sono state cancellate. Insomma l’Asia Centrale è un intricato coacervo di dettagli prima ancora di essere una regione geopoliticamente molto importante.

L’autrice è davvero capace, aiutata dai suoi studi, nel rendere vicino il quotidiano degli abitanti dell’Asia Centrale, facendoci capire molto di cosa significhi vivere in questa parte di mondo, dipingendo a vividi tratti i drammi e le speranze delle persone che incontra nei suoi viaggi. Il fatto di essere anche giornalista e scrittrice – non a caso il libro ha vinto diversi premi in Norvegia e la Fatland è considerata una delle giovani scrittrici emergenti europee – rende la lettura estremamente piacevole, lontana anni luce da un freddo saggio di antropologia o da un banale racconto di viaggio.

Ma, ci sono anche i ma ed il libro dice molto anche tramite il non detto, ad esempio cosa significhi essere studioso oggi. Che l’autrice sia una brava antropologa si vede, tuttavia segue un filo conduttore legato all’Unione Sovietica presente già nel titolo ma non del tutto chiaro, in sostanza non si capisce quale sia la tesi di fondo. Probabilmente la pecca dell’opera sta nella carenza di conoscenza storica dell’autrice stessa e, forse, anche della traduttrice visto che in un paio di punti le traduzioni sono abbastanza libere, ad esempio nell’uso del termine tartaro invece che tataro.

Tornando all’Unione Sovietica, a tratti sembra che il libro voglia dimostrare quanti dei guai dell’Asia Centrale derivino da quell’esperienza, salvo poi riportare la nostalgia del mondo sovietico provata da molti protagonisti del libro. Se le descrizioni delle situazioni sono davvero belle, quando l’autrice tenta di approfondire la Storia propria dei paesi che attraversa, si cade davvero nel superficiale, al punto da intenerirsi per lei; chi ha profonde conoscenze storiche probabilmente salterà sulla poltrona, ad esempio nel riassunto della nascita e sviluppo dell’impero mongolo.

A scanso di equivoci il libro è assolutamente godibile, il lato antropologico è davvero interessante, i limiti sono quelli citati, segno dei tempi odierni in cui la specializzazione rende meno capaci di un pensiero pluridisciplinare e sistemico. Gli anni passati dalla prima stesura e la pubblicazione italiana rendono comunque meno rilevante la parte più “analitica” del libro, purtroppo l’Asia Centrale non è in cima ai pensieri delle case editrici nostrane. In ogni caso Sovietistan rimane un libro interessante, un diario di viaggio di molto superiore alla media da leggere con un sorriso smaliziato.

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