Quello che sta accadendo in questo remoto angolo di Asia Centrale, ovviamente senza che alcun eco giunga fino a noi, è abbastanza preoccupante. Il Tagikistan è infatti entrato in una spirale repressiva che rischia di farsi sempre più soffocante, una spirale fatta di leggi e divieti ma che rivela solo l’incapacità della classe dirigente di gestire una situazione critica. Un recente articolo, uscito sulla stampa internazionale e dedicato alla scena undergound tagika, offre molti spunti interessanti sulla direzione verso cui il Tagikistan, ma non solo, si sta orientando. Il futuro potrebbe tingersi di un pessimo colore.

Il grosso problema del Tagikistan, anzi il lungo problema, si chiama confine con l’Afghanistan. Nonostante oggi l’attenzione dei media sia concentrata sulla Siria e sull’ISIS, o Daesh come dir si voglia, i talebani afghani non sono scomparsi, sono anzi arrivati a conquistare nuove aree come la parte di territorio afghano confinante con le repubbliche centroasiatiche, tra cui ovviamente il Tagikistan. Come se non bastasse, la crisi russa e la decelerazione dell’economia cinese, aumentano il numero dei problemi che il governo tagiko affronta con leggi ad hoc e l’immersione del paese in una sorta di stagnazione.

La paura principale si chiama estremismo islamico, che la classe dirigente ex-comunista combatte senza tenere conto dei sentimenti moderati della popolazione musulmana. L’unico partito politico islamico riconosciuto in Asia Centrale è stato messo fuorilegge, ponendo forse fine al processo di pacificazione seguito alla guerra civile, nuove leggi regolamentano barbe e abbigliamento femminile, i funzionari devono giurare fedeltà al presidente – una carica ora attribuita a vita – mentre il potere legislativo mette mano anche nell’organizzazione dei matrimoni. Tutto questo si ripercuote sulle culture underground.

Premettiamolo subito: quelle che appaiono nei talent show non sono culture underground, quella è solo la commercializzazione delle culture underground. Musiche come il rap nascono nelle strade, non negli studi televisivi, il che significa che sono spesso musiche fatte da brutta gente per brutta gente, alla faccia di ogni indice di ascolto. Il punk è per sua natura provocatore e ostile al sistema, inutile far passare una boy band costruita a tavolino come dei ragazzacci. Le culture underground sono anche per molti ragazzi una valvola di sfogo nei momenti storici socialmente più difficili, quando più servono risposte.

In Tagikistan invece la sopra citata stagnazione di brezneviana memoria, in cui la classe dirigente vuole gettare il paese, ha provocato negli ultimi anni un crollo del numero degli appartenenti a queste “sottoculture”. Rapper, writer, punk e metallari sono sempre meno, oggi ai concerti si ritrovano circa 50 persone quando prima il pubblico era di solito sulle 200 unità. Questi movimenti giovanili hanno una forte impronta occidentale, il che non piace al potere tagiko che esalta la lingua ed uno stile di vita tradizionale in realtà abbastanza artificioso, come la “costruzione” delle etnie al tempo di Stalin.

L’aspetto paradossale è che così facendo i giovani punk tagiki sono di fatto accomunati ai loro coetanei che, invece, decidono di recarsi a combattere in Siria (i tagiki tra le fila dell’ISIS dovrebbero essere circa 700). Il risultato tremendo di queste politiche dettate dalla lotta alla diversità è di creare dei fili tra mondi molto lontani, il punk ed il fondamentalista, ma egualmente messi al margine. Per ora questo non sembra accadere in Tagikistan ma l’alta percentuale di rapper tra le file dell’ISIS dovrebbe far riflettere. Per ora ci si limita a sprecare un potenziale giovanile moderno e aperto al resto del mondo.

Il caso tagiko contrasta ancora di più con il fatto che l’Asia è da sempre punto di incontro di culture diverse. Sebbene siamo abituati a pensare alla rotte carovaniere, agli strumenti tradizionali che fanno da sottofondo a cammelli e deserti, la realtà non è uno spot pubblicitario. In Kazakistan c’è una fiorente scena hipster, la Mongolia sta producendo grandiose band che fondono rap e canto tradizionale, in Iran esistono gruppi death metal e nel sudest asiatico i batteristi picchiano sui tamburi come fabbri. Anche Turkmenistan e Uzbekistan possono vantare una interessante scena musicale locale dai toni underground.

Quello che si può trarre come lezione da questo storia è come le società non si possono congelare, si rischia solo di accumulare una pressione che prima o poi esploderà covando sotto il conformismo sociale. La lotta per la normalità è persa in partenza, se l’identità non è aperta al mutamento diventa una questione pericolosa. A dire il vero un’altra lezione sarebbe quella che ci insegna come in Occidente il punk sia morto, resuscitato e rivenduto, segnando un interessante parallellismo che qui non approfondiremo. Il fondamentalismo islamico rischia di essere l’unico “immaginario sovversivo” rimasto.

Infine un pensiero a Lei Jun, leader dei cinesi Misandao, scomparso troppo presto.

P.S. Questo post è stato scritto prima della strage di Dacca, compiuta da fondamentalisti istruiti appartenenti alla classe media bengalese. Le vittime erano in gran parte imprenditori di un settore, quello tessile, spesso al centro delle polemiche sulla delocalizzazione e lo sfruttamento. Tutto questo fa molto riflettere, soprattutto in merito al ruolo identitario del fondamentalismo islamico…

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