Finalmente un libro sul Xinjiang pubblicato in Italia! Nonostante il nostro paese abbia avuto in passato orientalisti di assoluto primo livello, da qualche tempo l’Asia ed in particolare l’Asia Centrale sono spariti dal panorama culturale italiano. Fortunamente un libro recentemente pubblicato (2015) viene a colmare, anche grazie ad una ricchissima bibliografia, questa lacuna: stiamo parlando di Cuore dell’Eurasia, scritto da Alessandro Rippa e pubblicato da una casa editrice che si contraddistingue per la qualità del suo lavoro, la Mimesis Edizioni. Andiamo a sfogliare insieme questo interessante volume.

Uno dei grandi meriti del libro, il cui sottotitolo è Il Xinjiang dalla preistoria al 1949, è quello di fornire una visione ad ampio raggio di questa regione oggi cinese. La capacità dell’autore di affascinare il lettore è davvero notevole, riuscendo ad immergere chi legge in un mosaico di popoli, lingue e culture le cui origini sono a volte molto difficili da individuare. Il Xinjiang è da sempre al centro di mondi diversi, come Rippa sottolinea, diventando una porta per scoprire molte altre vicende, dagli antichi regni cinesi alle migrazioni centroasiatiche, una vera ragnatela sempre ben presente nel dipanarsi della narrazione.

Naturale tappa obbligata del racconto è la Via della Seta, che l’autore giustamente declina al plurale, con le sue carovane e quell’alone di leggenda che da sempre la circonda. Il lettore scoprirà qui l’importanza decisiva dei mercanti sogdiani, l’anima di questo sistema di rotte, l’appassionante ed illuminante Storia delle dinastie Han e Tang e la funzione che la Via della Seta ebbe come luogo di transito di idee e religioni, un tema al quale Rippa dedica particolare attenzione. Di particolare interesse le pagine dedicate al regno uighuro di Qocho, un argomento che ci introduce al cuore stesso del libro in oggetto.

L’autore è infatti molto attento alle vicende degli uighuri, che danno il nome alla regione autonoma del Xinjiang, ripercorrendole ed inserendole in un più ampio contesto di migrazioni e lotte. In una regione dove imperi e regni sono nati e caduti, gli uighuri di Qocho ad esempio seppero resistere al passare del tempo, riuscendo anche ad avere un tuolo importante nella Cina conquistata dai mongoli. Altro tema di notevole spessore i rapporti, reciproche accuse comprese, tra han ed uighuri, impreziosito dall’immersione di Rippa nelle vicende che hanno portato alla nascita dell’identità uighura, cercando di capirla nelle sue sfaccettature.

Oggi il Xinjiang è islamico, nonostante in passato siano convissute diverse religioni che hanno dato alla regione un carattere unico. Partendo da questo assunto possiamo esplorare un altro sentiero che si snoda dalle pagine di questo libro, vale a dire il complesso intreccio tra la Cina e questa repubblica autonoma. Senza capire il passato non si può capire il presente, tantomeno il futuro, di una regione così importante per l’economia cinese. Dalle belle pagine di Alessandro Rippa emergono le contraddizioni, comprese quelle non risolte, dell’ideologia imperiale cinese, offrendo spunti che vanno ben al di là dei temi trattati in questo libro.

La molteplicità degli approci al Xinjiang utilizzati dall’autore, le numerose citazioni da altri studiosi della materia e la ricchissima bibliografia fanno del lavoro di questo giovane autore un testo obbligato per gli amanti italiani dell’Asia Centrale. L’autore riesce a condurre il lettore senza fare meramente un sunto di lavori altrui, il che per un giovane ricercatore è una dote non da poco. Tuttavia qualche elemento negativo esiste, a partire dalla mancanza di un indice dei nomi, e dall’uso dell’espressione “in regione” che mi riporta agli uffici di un condominio in vetro e non alle steppe del Xinjiang. Ma è una mia opinione.

In conclusione un libro che rappresenta un punto di partenza per una ripresa della letteratura centroasiatica in lingua italiana, da sviluppare secondo le numerose strade di lettura proposte da Rippa. Personalmente leggo sempre le prefazioni solo dopo aver terminato il libro in questione, nel caso di Cuore d’Eurasia consiglio vivamente a chi non abbia dimestichezza con un linguaggio accademico di seguire questo metodo. Se per il momento non siamo tornati alle altezze di un Tucci o di un Petech, Rippa getta comunque le basi per un futuro promettente di studi centroasiatici in lingua italiana.

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