Inutile negarlo, a chi scrive questo blog i rapporti tra Cina e Mongolia piacciono molto. Storicamente il confine sino-mongolo è stato una striscia di terra molto movimentata, vero e proprio confine tra civiltà diverse che poi a ben vedere il significato della Grande Muraglia è proprio questo. La Mongolia Interna è una regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese, la Mongolia Esterna era una provincia dell’impero Qing, grosso modo corrispondente all’odierna Mongolia, la Grande Mongolia invece è un’idea. Ancora oggi questa regione rischia di turbare i sonni di Pechino, andiamo a vedere perché.

Quando si percorrono le steppe della Mongolia Interna, magari raggiungendo da Hohhot il mausoleo di Gengis Khan, si sta percorrendo la Storia. Di qui sono passati i mongoli che conquistarono la Cina, qui è la famigerata regione dell’Ordos, da dove le orde nomadi piombavano sulle vite dei sedentari. Se oggi questa parte di Cina non è Mongolia lo si deve alle vicende storiche, alle divisioni tra le federazioni mongole ed agli interessi sovietici. La maggior parte delle etnie mongole stanziate in questa zona si legò alle vicende della Manciuria, percorrendo una strada diversa da quella della odierna Mongolia.

Che la Mongolia Interna, oggi fortemente sinizzata, abbia avuto un diverso percorso lo si vede anche dal fatto che il separatismo mongolo è qui decisamente minoritario. Lo stesso panmongolismo, l’idea di una Grande Mongolia che racchiuda tutte le stirpi mongole, sembra non avere molta presa se gli stessi movimenti che lottano contro il potere centrale di Pechino – il più famoso tra questi è il Partito del Popolo della Mongolia Interna – antepongono l’autonomia ad un’eventuale unione con la Repubblica Mongola. La situazione sembra ben diversa dal vicino Xinjiang, allora cosa spaventa il governo cinese?

I mongoli sono buddhisti, nella Mongolia Interna la grande paura dell’estremismo islamico non sembra avere un terreno ideale in cui attecchire, qui sono in gioco ben altre problematiche di carattere ben più concreto. Il grande pericolo si chiama desertificazione, l’avanzata del deserto procede inesorabile anno dopo anno provocando un grosso problema sociale. Il tutto aggravato dal fatto che i comunisti cinesi, negli anni di Mao, hanno attuato politiche errate per contrastare il fenomeno. Una situazione che oggi ha portato in cella decine di ecologisti colpevoli di dare voce agli allevatori ed agli agricoltori minacciati dalle sabbie del Gobi.

Nella Mongolia Interna il vero pericolo per Pechino non sono gli indipendentisti, sostenuti dagli USA e quasi tutti residenti all’estero, non è nemeno il fondamentalismo religioso, qui la grande minaccia sono le questioni ecologiche. Una fonte di malcontento che radicalizzandosi potrebbe diventare esplosiva. Le autorità cinesi rischiano di sprofondare nella paura, come dimostrato dalla vicenda di un gruppo di circa 20 turisti sia inglesi che sudafricani arrestati, poi espulsi, pochi mesi fa perché copevoli di guardare un documentario su Gengis Khan scambiato per materiale di propaganda. Un sintomo di nervosismo.

La Cina ha tra le sue carattestiche principali la retorica della convivenza pacifica tra le sue minoranze etniche, ad esempio nella narrazione ufficiale relativa alla Grande Muraglia, eppure gli scontri per questioni di confine tra Mongolia Interna e Gansu dello scorso dicembre sono reali, solo uno degli episodi di tensione tra i mongoli e gli han. Nonostante l’attenzione sia prevalentemente verso il Xinjiang, forse non sarà una guerra di religione a creare problemi alle autorità di Pechino, ma molto più banalmente una guerra per l’acqua e lo sgretolamento della capacità di regolare le tensioni etniche.

Fonte immagine: Pixabay

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