Il futuro delle cinque repubbliche centroasiatiche sembra davvero denso di nubi, anche per via della crisi economica che ha colpito la Russia, uno dei principali partner commerciali anche dopo l’ottenuta indipendenza. I legami dei cinque stati centroasiatici con Mosca oltre che economici sono anche profondamente politici, essendo la regione un perno geopolitico d’Eurasia. La crisi russa rischia di far saltare gli equilibri in una parte del mondo contesa tra varie potenze, con esiti imprevedibili e molto diversi tra loro. Il pericolo di un’Asia Centrale instabile si fa sempre più concreto.

I paesi più direttamente colpiti dalla crisi russa sono quelli che hanno deciso di entrare, pur con motivazioni diverse, nell’Unione Economica Eurasiatica, ossia Kazakistan e Kirghizistan. Mentre i kazaki volevano mantenere un certo equilibrio tra Mosca e Pechino, i kirghisi invece vedevano nell’Unione un modo per trovare sostegno alla loro debole economia. Ora l’export kazako è lettealmente crollato, mentre il parlamento kirghiso ha dovuto annullare progetti idroelettrici del valore di 3,2 miliardi di dollari per via dell’insolvenza russa, rinunciando ai propri sogni di indipendenza energetica.

Anche gli altri paesi non stanno certo meglio, se i rapporti tra Mosca ed il Turkmenistan sono saltati con il rifiuto di Gazprom di acquistare ulteriore gas turkmeno, Uzbekistan e Tagikistan vivono il dramma del crollo delle rimesse dei loro emigrati in Russia. I soldi che i lavoratori in Russia mandano alle famiglie sono una parte fondamentale del bilancio di questi stati, ma la crisi economica russa sta drasticamente riducendo queste entrate, con la possibilità che il ritorno in patria dei lavoratori disoccupati diventi un vero problema, anche per via del preoccupante processo di radicalizzazione islamica tra gli emigrati centroasiatici.

La maggior parte dei militanti dello Stato Islamico originari di questa regione sono stati infatti reclutati tra gli emigrati in Russia, con importanti eccezioni come l’ex capo delle forze speciali del ministero degli interni tagiko. Il pericolo islamico è ancor di più lo scudo dietro cui si trincerano i regimi centroasiatici, che si rafforzano in vista di una possibile crisi sociale. I presidenti di Uzbekistan e Kazakistan si sono fatti recentemente rieleggere, il governo tagiko ha posto fine al pluralismo mettendo fuori legge l’opposizione islamica e il Turkmenistan si trova per la prima volta a confrontarsi con degli scioperi.

La crisi russa, inoltre, rimette in discussione anche il ruolo geopolitico dell’Asia Centrale. L’alternativa naturale a Mosca è Pechino, ma la Cina sta vivendo anch’essa una flessione economica e va detto che, nonostante gli importanti investimenti fatti nella regione, il grosso limite cinese è quello di investire per importare, ossia di drenare risorse dai luoghi in cui investe. Come potenza regionale nella zona ha forti interessi anche la Turchia che, tuttavia, essendosi messa in contrapposizione alla Russia ha danneggiato, seppur non irreparabilmente, i suoi rapporti con le repubbliche centroasiatiche.

La novità è l’iran, che con la fine delle sanzioni potrebbe diventare un importante attore sulla scena geopolitica centroasiatica. Teheran potrebbe essere il partner verso cui guardare, un terzo polo verso il quale orientarsi. Tuttavia le autorità iraniane non sembrano intenzionate ad espandere la loro influenza nella regione, almeno per il momento, avendo invece come primo obiettivo quello di fare i propri interessi soprattutto dopo la fine delle sanzioni economiche. Non bisogna poi dimenticare le differenze culturali e religiose, dalle possibili forti ripercussioni, tra l’Iran e la maggior parte dell’Asia Centrale.

Il futuro dell’Asia Centrale rischia quindi di essere davvero incerto, dalla stagnazione più completa a situazioni esplosive di rivolta sociale, con l’incognita afghana a fare da cupo sfondo.

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