L’Italia: disunita e musulmana

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La conquista di Siracusa (878) – Fonte Wikicommons

Ultimamente sembra che i mezzi di informazione italiani abbiano scoperto l’Islam, con circa quattordici secoli di ritardo. Si tende infatti a confondere pericolasamente musulmani e immigrati, due categorie assolutamente diverse, avendo alle spalle una lunga storia la prima ed essendo abbastanza recente la seconda, inoltre l’essere immigrato è una condizione che ognuno spera più transitoria possibile, l’essere musulmano è esattamente l’opposto. L’Italia ha una lunga tradizione di rapporti con l’Islam, anche se la “fine della Storia” in cui viviamo lo dimentica in maniera interessata, ma basterebbe una carta geografica.

L’italia si trova infatti al centro del Mediterraneo, un mare da sempre solcato da rapporti commerciali e culturali, una terra di incontro e di scambio, come dimostrano le numerose minoranze linguistiche del nostro meridione. Per alcuni secoli la Sicilia è stata musulmana, tanto che ancora oggi alcuni paesi siciliani parlano un dialetto arabo. Musulmana è stata anche la Calabria fino alla valle del Crati, a nord di Cosenza, retta dall’emiro di Amantea. Musulmane furono Taranto e Bari, da dove partivano scorrerie che arrivavano fino all’abbazia di Montecassino, ai confini del ducato di Spoleto.

In quel periodo nell’Italia del sud si combattevano bizantini, latini, franchi, musulmani e longobardi, questi ultimi forse i più litigiosi di tutti. Un libro davvero avvincente che racconta questo periodo storico è L’emirato di Bari scritto da Giosuè Musca. Leggendo queste pagine ci si ritrova immersi in una realtà fatta di lotte, alleanze ed incredibilmente variegata. Una realtà che ci fa percepire molto dell’Italia di oggi, con le sue minoranze linguistiche tra cui quelle arabe, albanesi, greche e franco-provenzali. Un’Italia dove le culture covivevano a volte in lotta a volte pacificamente, come dimostra il libro di Musca.

Un’Italia del sud protesa verso il Mediterraneo, mentre il settentrione guardava oltralpe, lontana dal mare e vicina all’Europa continentale, con Venezia invece per conto proprio rivolta ad Oriente. Sembra incredibile che oggi esista una retorica basata sull'”italianità”, cosa significa essere italiani in un paese dalle radici così diverse? Cosa significa “cultura italiana” se non pluralità di lingue e costumi? Basti pensare alle consuetudini diverse da paese a paese, ai dialetti che oggi stanno scomparendo per colpa di una globalizzazione omologante che non tiene conto delle differenze.

Una globalizzazione che comunque fa comodo anche a chi dice di volerla combattere, con l’assurdità di un partito regionale (con un nome geograficamente schierato) che vuole porsi come riferimento nazionale tramite una retorica ambiguamente unitaria. Altre forze politiche invece di riscriverla vogliono semplicemente ignorare la Storia italiana, sminuendone la complessità, senza prestare attenzione non solo alla composizione del popolo italiano ma anche alla posizione geografica dell’Italia stessa. Questi e quelli hanno bisogno di vivere nel presente, essendo il passato troppo scomodo e pericoloso. Per fare questo si rende comunque necessario costuire un’identità, in positivo oppure in negativo.

La costruzione in negativo è più immediata in quanto basta individuare un nemico, colui che “non siamo”, facendo a meno del passato e dell’idea di futuro, un futuro fosco e che impone sacrifici. Il dramma dell’italia è che le sue contraddizioni storiche stanno emergendo in un contesto di crisi economica, forse proprio per via di questo contesto di crisi economica. Nord e sud potrebbero non riucire più a stare insieme, troppo diverse le loro tradizioni ed i loro percorsi. Il collante del vantaggio economico non c’è più, un discorso federalista non esiste più, oggi la retorica unitaria tenta di nascondere troppe cose.

In questa situazione la “scoperta dell’Islam” è utilissima, permette infatti di non affrontare il tema identitario grazie alla creazione del già citato nemico comune. Musulmano ed immigrato come abbiamo visto si sovrappongono, dove categorie religiose si confondono ibridamente a categorie sociali, rendendo anche il laicismo una forma di fanatismo. La Storia italiana ci insegna invece lezioni molto diverse, ossia che questo paese non può evitare il confronto con la diversità, il rischio di un’ideologia priva di radici storiche è la fine stessa dell’Italia, la cui unità è precaria da sempre. Un’Italia incredibilmente ricca di Storia e cultura, come il bel libro di Musca ci ricorda pagina dopo pagina.

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4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. mirkhond
    Gen 18, 2016 @ 14:07:32

    Ottimo articolo, Pietro!
    Musca è stato il mio professore di storia medievale all’università di Bari!
    Con lui feci il mio primo esame universitario nel lontano 1992.
    Un piccolo appunto: l’Arabo parlato nella Sicilia di oggi, non è quello dei tempi dell’Emirato musulmano medievale.
    L’arabismo siciliano andò distrutto da Federico I (II imperatore) di Svevia, nel 1222-1246 e alla fine del XIII secolo era ormai estinto.
    Certo c’erano continue presenze di schiavi soprattutto maghrebini, fino agli inizi dell’800, ma questi venivano assimilati in un contesto ormai divenuto latinofono e cattolico.
    L’Arabo di Sicilia sopravvisse a Pantelleria fino al XVII secolo, e a Malta dove si è mescolato con numerosi sicilianismi, italianismi e anglicismi.

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  2. mirkhond
    Gen 18, 2016 @ 14:09:34

    Le comunità arabe di Sicilia di oggi, sono costituite da immigrati giunti nell’Isola a partire dalla fine degli anni’70 del XX secolo.

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  3. mirkhond
    Gen 23, 2016 @ 21:57:10

    La paura di perdere quel tanto o poco che si ha, se ne frega della storia e del multiculturalismo.
    E da questi argomenti che i Salvini traggono i loro sostenitori, anche da noi……

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