Flotta e diaspora, la Cina alla prova del mare

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Una giunca cinese del XIX sec. – Fonte Wikicommons

Recentemente i mezzi di informazione hanno forse sottovalutato uno notizia molto interessante proveniente dalla Cina, ossia che Pechino starebbe investendo sulla sua flotta dotandola di missili all’avanguardia e commissionando la fornitura di tre mezzi di ricognizione (auxiliary general intelligence ship) tra i più moderni. Si tratta di un’ulteriore conferma che la Cina ha intrapreso un nuovo ciclo storico nel rapporto col mare, un ciclo iniziato in concomitanza con il XXI secolo, quando la flotta cinese iniziò un processo di transizione verso l’operatività in acque non solo regionali, il che non è senza importanti implicazioni.

Parlare di cicli quando si affronta la Storia cinese potrebbe essere pericoloso, il rischio è di cadere in parallelismi fuorvianti paragonando il regime comunista alla Cina imperiale, la diplomazia internazionale di Pechino al sistema dei tributi, attingendo a piene mani alla cicilità del pensiero asiatico. Tuttavia è un dato di fatto che la Cina in quanto potenza navale ha vissuto fasi alterne. Più concentrate sulle vicende del confine settentionale e sulla sua difesa, le dinastie cinesi hanno spesso trascurato la flotta e le attività marinaresche, con la grande eccezione della prima parte della dinastia Ming.

Fu in questo periodo che la Cina può vantare le più grandi imprese marinare, come i viaggi di esplorazione comandati da Cheng Ho (scritto anche Zheng He), all’inizio del XIV secolo, che portarono la flotta cinese fino alle coste africane su navi le cui dimensioni facevano impallidire i vascelli europei. Dopo queste spedizioni, ben sette, la Cina si ritirò dai mari, per motivi che gli storici stanno ancora indagando. Uno splendido libro che tratta questi temi è The Southern expansion of the Chinese people, di C. P. FitzGerald, un libro datato ma ancora valido. L’autore affronta, tra gli altri, anche un tema molto interessante come la diaspora cinese nel sudest asiatico.

Le condizioni dei cinesi emigrati, spesso contro il volere del potere, imperiale o repubblicano che fosse, sono le più varie a seconda degli insediamenti della regione. In alcuni luoghi ricca maggioranza, in altri minoranza perseguitata senza pieni diritti, FitzGerald indaga zona per zona come si è sviluppata la diaspora cinese e come si è integrata con le popolazioni locali, ma sempre tenendo presente quale sia il loro rapporto con la terra d’origine: la Cina. Il risultato è un caleidoscopio di esperienze che potrebbe dare interessanti spunti per il futuro. E proprio questo è lo scopo recondito del libro.

In un periodo come quello odierno, dove la Cina è tornata ad essere molto attiva sui mari, come dimostrato dalle accese contese territoriali del Mar Cinese Meridionale, capire il ruolo della diaspora cinese è di primaria importanza, ma non solo. Le comunità cinesi sono presenti in tutto il mondo, sapere quale sia il rapporto con Pechino in relazione alle politiche cinesi è fondamentale, sia per evitare di considerarle una “quinta colonna” sia per ritenerle tutte composte da attivi oppositori politici. Certo uno studio complesso, ma per il quale FitzGerald offre importanti strumenti di analisi da cui partire.

Per fare ciò l’autore prende due modelli di sviluppo di relazione tra la Cina ed i territori d’insediamento. Due modelli dagli esiti diametralmente opposti, ossia lo Yunnan ed il Vietnam. Il primo finito per essere integrato nella Cina e diventarne una regione seppur con le sue peculiarità, il secondo nonostante l’assorbimento della cultura cinese è diventato uno Stato indipendente. Il libro studia a fondo i due casi per capirne le dinamiche storiche, assolutamente avvincenti e di grande interesse. Capire verso quale direzione si orienterà la composita diaspora cinese potrebbe essere un fattore determinante per il futuro di tutti.

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