Ripensando la Via della seta, una recensione

711 Jayuguan

Guarnigione militare nel Gansu – Cina

Ristoranti, alberghi ed un’infinità di agenzie di viaggio, sono molteplici le realtà che si richiamano alla Via della seta, con tanto di contorno di deserti e carovane di cammelli. Eppure, questa immagine potrebbe non corrispondere a quello che era veramente quell’insieme di rotte commerciali che risponde al nome di Via della seta. A mettere in discussione l’esistenza stessa di queste rotte commerciali è un bel libro scritto da Valerie Hansen, insegnante di cinese e world history all’università di Yale. Stiamo parlando di The Silk Road, a new history, che già dal titolo si discosta dalla letteratura corrente sul soggetto.

Secondo la Hansen i commerci lungo la Via della seta furono molto limitati, come dimostrerebbero i documenti ritrovati nei siti archeologici della regione. Il libro è diviso in capitoli ognuno dei quali dedicato ad una delle oasi situate lungo la famosa via, cinque di queste attorno al deserto del Taklamakan ed una in quella che fu la Sogdiana, oggi Uzbekistan. Le transazioni commerciali, sempre secondo la Hansen, sarebbero sempre state contenute e limitate a prodotti di origine non molto distante dal luogo della vendita.

Proprio il concetto di merci viaggianti su lunghe carovaniere è al centro dell’opera di “demolizione” dell’autrice. I prodotti che percorrevano l’intera Via della seta erano pochi e di piccole dimensioni, ad esempio le pietre preziose. Altro elemento che il libro sottolinea è la non esistenza di una strada che unisse la Cina a Roma, concetto espresso più volte e sostenuto da prove raccolte anche nel campo della numismatica. La Via della seta fu tuttavia percorsa da numerosi popoli, questo il grande tema del llibro, ossia l’importanza culturale di questo percorso, a discapito del suo ruolo commerciale.

Al centro di quest’opera vi sono infatti le persone, che siano mercanti sogdiani o migranti dalla regione del Gandhara. La Hansen dipinge un quadro vivido della vità attorno al Taklamakan, del movimento di idee artistiche e religiose e di quanto fosse attivo quel territorio così aspro e difficile. La Via della seta riacquista quindi la sua importanza come luogo di incontro più che di scambio, non una pista carovaniera senza interruzioni, ma un insieme di strade locali che passo dopo passo portavano lontano. Molto interessante anche il ruolo che, secondo la Hansen, ebbero le armate cinesi.

L’autrice infatti evidenzia come la presenza di guarnigioni militari fu il vero motore dei commerci lungo la Via della seta. I soldati andavano vestiti, equipaggiati e nutriti, il che significava un forte intervento degli imperi cinesi nell’alimentare l’economia della Via della seta. Questa interpretazione rappresenta un aspetto davvero interessante del libro, per molti versi davvero innovativo, tanto più oggi che si torna spesso a parlare di questa antica rotta, soprattutto in relazione all’interesse crescente della Cina verso l’Asia Centrale.

La lettura di questo lavoro della Hansen è piacevole ed affascinante, il lettore è immerso nella vita quotidiana di popoli scomparsi da secoli se non da millenni, ma molte sono anche le riflessioni che le tesi dell’autrice suscitano. Il taglio del libro non permette la risposta a questi interrogativi, in particolare su quale fu il rapporto tra la rotta in questione e le potenze regionali, egemoni o meno che fossero; risposte che forse evidenziano la necessità di scrivere un libro dedicato alla “storia politica” della Via della seta. In ogni caso The Silk Road, a new history rappresenta un’opera al di fuori del coro, una vera e propria dedica all’umanità della Via della seta.

Fonte immagine Flickr

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