L’11 settembre non è stata solo una tragedia americana, ma un vero e proprio spartiacque della storia mondiale. La reazione degli Stati Uniti agli attentati ha determinato una serie di cambiamenti radicali nell’intero panorama delle relazioni internazionali. La matrice radicale islamica ha permesso in molte parti del mondo di identificare un nemico, vero o presunto che questo fosse. Tanto più questo è vero in Asia Centrale dove la lotta al radicalismo islamico si è innestata su di un complesso rapporto tra religione ed etnicità nella costruzione dell’identità nazionale.

Le repubbliche centroasiatiche non hanno cercato l’indipendenza dall’Unione Sovietica, a dirla tutta non l’hanno nemmeno voluta. Il crollo dell’URSS ha di fatto obbligato dei burocrati comunisti a reinventarsi leader di Stati indipendenti, con l’aggravante di dover anche costruire un’identità che giustificasse l’esistenza stessa di queste nuove entità. Immediatamente i governanti ex-comunisti si sono definiti musulmani, facendo dell’Islam uno dei pilastri delle nuove costruzioni statali. Ma la religione allo stesso tempo è da subito apparsa una pericolosa alternativa al potere delle classi dirigenti.

L’utilizzo dell’Islam si è tuttavia incrociato con la differenziazione etnica nella costruzione dell’identità nazionale, da qui una accesa lotta governativa contro il panislamismo. In Kirghizistan, ad esempio, si è identificato l’Islam radicale con l’etnia uzbeka, minoranza molto presente in alcune aree del paese. Questa divisione tra Islam “buono” ed Islam “cattivo” si è sovrapposta a differenze culturali derivanti dalla tradizione sedentaria uzbeka e da quella nomade kirghisa. Questo intreccio tra religione ed etnicità non fa che mettere in luce la complessità della situazione centroasiatica.

Tuttavia nel primo decennio d’indipendenza delle repubbliche ex-sovietiche non ci sono stati grossi allarmi per la pericolosità di religioni “straniere”. Il problema ha iniziato a porsi con l’ascesa dei talebani in Afghanistan ma soprattutto con l’attività dell’IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) tra 1999 e 2000, quando questo compì incursioni armate nel territorio kirghiso partendo da basi situate in Tagikistan. Questi eventi, tra cui i noti fatti di Batken, hanno permesso al Kirghizistan di entrare a pieno diritto nel fronte interazionale contro il terrorismo, con i relativi vantaggi che ne derivano.

La guerra al terrore intrapresa dagli Stati Uniti significa anche fondi ed influenza geopolitica, in una zona dove si scontrano interessi occidentali, russi e cinesi. A peggiorare la situazione, anche l’incapacità della maggior parte dei commentatori occidentali di andare oltre gli stereotipi nella descrizione della realtà centroasiatica. Enfatizzare le differenze etniche e religiose interne al Kirghizistan, con un sud più vicino all’ortodossia uzbeka, non aiuta certo a depotenziare le tensioni che periodicamente portano a sanguinosi scontri, i più gravi avvenuti ad Osh nel 2010.

Mentre alcuni studi scientifici mostrano come non esistano grandi differenze tra la percezione dell’Islam tra le varie etnie della regione, analisi superficiali o interessate non possono che rendere ancora più incendaria la situazione in Asia Centrale, area confinante con l’instabile Afghanistan e caratterizzata da autocrazie spesso corrotte. Sicuramente il problema è complesso e non esistono soluzioni semplici ed immediate, ma il rischio concreto è che ancora una volta la popolazione delle repubbliche centroasiatiche si ritrovi vittima di interessi altrui.

Fonte immagine: Wikicommons

Annunci