I lettori più affezionati di questo blog ormai sanno che qui i collezionisti di mete esotiche non sono molto amati, turisti troppo entusiasti ben rappresentati da un noto tour operator italiano, le cui dinamiche ricordano quelle di una setta. Eppure la sconsideratezza, in dosi più o meno massicce, è componente fondamentale di ogni viaggio, specie se la meta è l’Afghanistan. L’incontro con il diverso, con una realtà altra non è mai semplice, sbagliando si impara ma fondamentale è la volontà di apprendere dai propri sbagli. In alcuni casi, l’entusiasmo infantile e fuori luogo può anche essere perdonato.

Proprio con il ricordo di un ardimento ingenuo si apre Sulla strada per Kandahar, scritto dal giornalista inglese Jason Burke, oggi corrispondente dall’Asia Meridionale per l’Observer ed il Guardian. Nel 1991 l’autore allora ventunenne, in compagnia di un amico, decide di arruolarsi con i peshmerga kurdi in lotta contro le truppe di Saddam Hussein. Le motiviazioni sono assolutamente non impegnate: il fascino dell’esotico, la voglia di avventura e la chiusura di un amore. Ma fortunatamente Burke si innamora poi di questa parte di mondo, matura e diventa ottimo giornalista, regalandoci questo libro.

Il fallimento iniziale – Burke non combatterà mai con i peshmerga – non frena l’autore respingendolo nel suo privato. Al contrario il giornalista in erba termina i suoi studi per trasferirsi poi a vivere in Pakistan. Qui diventa un esperto della regione, occupandosi in particolare di Afghanistan e talebani. Sulla strada per Kandahar è una narrazione in cui Burke ripercorre la sua carriera, portandoci alla scoperta di un mondo afghano che si rivela in tutta la sua umanità. Grazie a Burke il fenomeno dell’estremismo islamico può essere osservato nel suo quotidiano, smettendo di essere un fenomeno decontestualizzato ed incomprensibile.

Altro libro scritto da un guerrigliero fallito è Afghanistan Picture Show, di William T. Vollmann, forse uno dei più grandi narratori contemporanei. Il valore di questo autore americano è testimoniato dai numerosi riconoscimenti nel suo paese, mentre in Italia quasi tutta la sua opera risulta non essere più ristampata. A differenza di Burke, Vollmann non è un giornalista, il che rende il libro un viaggio meno cronachistico e maggiormente orientato verso la scoperta di sé, trascinando il lettore in un vortice di riflessioni e spunti per nulla banali. Si sarebbe quasi tentati di affermare che le parole di Vollmann assumono una valenza metafisica, come spesso nei suoi libri.

Vollman, nel 1982, si reca sul confine afghano-pakistano in cerca della resistenza antisovietica. Tuttavia la sua guerra fu contro la dissenteria, che portò l’autore a capire di essere fuori luogo, non senza una certa ironia, testimoniata dal sottotitolo del libro: Come salvai il mondo. Quell’esperienza di impotenza segnò l’opera letteraria di Vollman, da allora alla ricerca di una disperata comprensione di come l’essere umano possa agire conscio della sua ignoranza. Scrittore estremo, Vollmann ha scritto di prostitute, bassifondi ed altri mondi marginali, sempre vivendoli in prima persona per poterli descrivere senza stereotipi.

In conclusione due libri che permettono di leggere la realtà afghana in una luce diversa, lontana da quella sensazionalistica proposta dalla maggior parte dei mezzi di informazione. I due autori fanno emergere il fascino, insieme alle contraddizioni di quel paese affascinante che è l’Afghanistan. Una terra da sempre crocevia di storia e di popoli, spesso ostaggio di interessi altrui. Ma quello che queste letture ci insegnano è anche una lezione molto importante per chi viaggia, vale a dire l’importanza dell’umiltà. L’incontro con l’altro ci deve spogliare di ogni certezza, solo così diventa vera conoscenza; altrimenti è solo arroganza.

Fonte immagine: pixabay.com

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