Sulla riva sbagliata del fiume, turkmeni d’Afghanistan

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Negozio di tappeti turkmeni ad Aqcha – Afghanistan

Com’è noto, l’Asia Centrale è un coacervo di etnie differenti, tanto più lo è l’Afghanistan dove lo stesso inno nazionale ne nomina ben quattordici. In questo angolo di mondo nascere a pochi chilometri di distanza significa crescere in un contesto culturale differente, in un villaggio dagli usi e dalle tradizioni diverse da quello vicino. Oppure potrebbe significare nascere addirittura in un altro stato che divide la stessa etnia a causa di confini artificiosi imposti da potenze straniere per poter controllare il territorio. Nascere dalla parte sbagliata di un fiume potrebbe costare la vita, ben lo sanno gli abitanti del distretto di Marchak nella provincia afghana di Baghdis, dove gli abitanti sono da tempo intrappolati.

L’Afghanistan condivide con il Turkmenistan quasi 800 chilomentri di frontiera, nella provincia di Baghdis rappresentata dal fiume Murghab, uno tra i più lunghi dell’Asia Centrale. Qui la popolazione è di etnia turkmena, gruppo etnico che in Afghanistan conta circa 1 milione di persone rappresentando il 3% della popolazione. I turkmeni qnche se poco numerosi sono molto importanti per la vita ecomomica del paese, sia per l’introduzione delle pecore del Karakul sia, sopratutto, per la rinomata produzione di tappeti. La zona di Badghis è da tempo al centro di combattimenti tra le forze afghane ed i talebani che controllano la vicina provincia di Faryab, a farne le spese la popolazione civile.

Con l’approssimarsi dei combattimenti, che li circondavano da tre lati, gli abitanti del distretto di Marchak hanno cercato rifugio dirigendosi verso la frontiera turkmena, trovandola tuttavia chiusa. Le guardie di confine si sono rifiutate di lasciar passare i profughi non avendo ricevuto nessuna istruzione dai loro superiori. Il risultato è stato l’ammassarsi di afghani di etnia turkmena sulle rive del fiume Murghab, con una conseguente crisi umanitaria a causa della penuria di cibo ed acqua. I profughi sarebbero stati circa un migliaio, tra cui molte donne, bambini ed anziani. Ad aggravare le cose il fatto che le autorità, sia turkmene che afghane, non sembrano essersi rese conto della situazione.

Ora sembra che gli abitanti della zona siano potuti tornare alle loro abitazioni ma la situazione resta difficile, con la popolazione sempre pronta a lasciare le proprie case. Il dramma di queste persone sta anche nell’essere vittima di scelte politiche prese da altri. Perché il Turkmenistan possa aprire le frontiere in caso di un nuovo esodo, o comunque portare aiuto ai profughi, servirebbe un’esplicita richiesta da parte afghana. Richiesta che le autorità interessate non sembrano intenzionate a fare, in quanto significherebbe ammettere la gravità di una situazione che non viene, intenzionalmente o meno non è del tutto chiaro, compresa.

Anche da parte turkmena si rivela la tendenza a minimizzare la portata di quanto avviene oltre confine. Storicamente ancorato alla sua neutralità, il Turkmenistan ha negli anni novanta avuto buone relazioni con i talebani, salvo poi appoggiare l’intervento americano ed il governo afghano di Hamid Karzai. Il regime turkmeno preferisce lasciare il paese all’oscuro di quanto avviene nel resto del mondo, basti dire che nel 2001 sui media governativi, gli unici presenti in Turkmenistan, non venne fatto alcun accenno all’intervento americano nel confinante Afghanistan nonostante i bombardamenti fossero chiaramente visibili dalle zone di fontiera.

Il governo di Ashgabat teme la diffusione nel paese di estremismo e droga provenienti dal paese vicino, ma allo stesso tempo è attivo sul territorio afghano fornendo aiuti umanitari e partecipando all’opera di ricostruzione. Il Turkmenistan ha inoltre importanti progetti futuri in Afghanistan sopratutto in campo energetico, basi pensare al gasdotto TAPI. Nel frattempo gli abitanti regione situata a cavallo dei due paesi sono di fatto abbandonati a sé stessi e, guardando il fiume Murghab, ripetono un antico detto turkmeno che all’incirca recita “la terra è dura, il cielo è lontano”, come sono lontani i tempi in cui i turkmeni, nomadi senza confini, terrorizzavano le carovane di passaggio.

Fonte immagine Sojourner’s Photoblog

8 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Angela Gurgo
    Mag 13, 2015 @ 14:27:20

    Ho trovato interessantissimo questo articolo che ci consente di poter conoscere qualcosa di questi popoli dimenticati dai più, mai nominati dai media eppure così ricchi di storia e di tradizioni. Dovrebbero essere conosciute le condizioni difficili e le sofferenze che questo popolo si trova ad affrontare, purtroppo come spesso succede ai popoli dimenticati, da solo, abbandonato al suo destino. Complimenti all’autore dell’articolo!

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  2. mirkhond
    Mag 14, 2015 @ 13:36:23

    Veramente il fiume più lungo dell’Asia Centrale dovrebbe essere l’Amu Darya (2400 km), seguito dal Syr Darya (2212 km), e dal Tarim (2030 km).
    Il Murghab dovrebbe percorrere circa 133 km, e non 800….

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  3. mirkhond
    Mag 14, 2015 @ 19:40:18

    Sulla wikipedia in Inglese, si afferma che il Murghab è lungo 132 km, su quella in Tedesco, 133….

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  4. mirkhond
    Mag 14, 2015 @ 21:23:43

    Che te devo dì?
    Stamattina la wiki riportava dati differenti….🙂
    Quella in Tedesco adesso dice che il Murghab è lungo 978 km….🙂

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