Bello come una banca che brucia

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Bruegel il Vecchio – La torre di Babele (1563)

Quello che è successo a Milano il I Maggio 2015 potrebbe essere una cesura storica, oppure un evento del tutto insignificante. Oggi i fatti hanno perso il loro valore intriseco e contano solo per come vengono rappresentati. Sparita quasi del tutto la capacità analitica dagli organi di informazione, ma soprattutto dalle menti della gente comune, resta il sensazionalismo emozionale, un fuoco di paglia che si spegne presto, molto più interessante quindi osservare le reazioni ai fatti. Mentre tutti ormai possono dire la loro sui vari social network, la lettura deglie eventi cede il posto alla lettura di come questi vengano recepiti. In quest’ottica la giornata del I maggio a Milano assume contorni inquietanti.

Nello stesso giorno sono convissute due diverse città, quella dell’apertura dell’Expo e quella delle bottiglie molotov. Da un lato un evento segnato da mille polemiche di fatto sparite una volta aperti i cancelli, dall’altro un corteo non problematico fino alla sua partenza, ma in seguito divenuto rappresentazione di quanto più negativo ci possa essere. A legare le due diverse realtà il valore estetico: la bellezza dell’Expo perdona molte colpe, poco importa quanto successo, gli arresti e le indagini, tutto diventa passato in nome di qualcosa ritenuto bello. Le distruzioni sono invece cupe, fanno paura e sono qualcosa che non vorremmo vedere e vogliamo tenere il più lontano possibile. La violenza è brutta, genera orrore.

Le reazioni alla protesta letteralmente esplosa tra le strade milanesi hanno mostrato ancora di più come non ci si più la capacità di gestire il reale. La violenza è estromessa dal quotidiano, si rifiuta di accettare anche solo la sua esistenza. Chi la promuove sono persone che non possono che venire “da fuori”, estranee allo stesso consorzio civile. Il totale rifiuto di capire cosa abbia mosso quelle mani mostra come non si riesca più ad immaginare visioni diverse del mondo e della vita. Non è un caso che oggi si parli tanto di prevenzione, il diverso diventa pericoloso a priori. Non si vuole più punire, secondo le leggi vigenti, si vuole invece impedire che la violenza semplicemente si palesi nel quotidiano della comunità.

Il rischio è  quello di volere un capo che regoli il vivere civile, che protegga dalla paura, ma allo stesso tempo si ha la massima sfiducia verso l’attuale classe dirigente, una situazione dalle potenzialità devastanti. Il ripulire la città si limita alle scritte sui muri ed ai cocci delle vetrine. Le persone non vengono toccate, non i distruttori che hanno seminato violenza, non i tangentisti che hanno reso l’Expo una trafila giudiziaria. Referenti della società civile diventano muri e vetrine, non persone in carne ed ossa, altro segno dell’incapacità di relazionarsi alla complessità del reale. La massima indignazione popolare porta alla restaurazione dello status quo, si è perso il senso della costruzione del futuro.

La situazione attuale è molto pericolosa, la paura sta travolgendo anche le menti migliori. Sempre più la convivenza sociale sta diventando un problema di spazio, il senso è quello di soffocamento. L’appiattimento della consapevolezza porta all’appiatimento della visione della struttura sociale. La piramide ha oggi gradini talmente estesi che quello superiore si perde di vista, la lotta è orizzontale contro immigrati, musulmani, black block e chiunque si possa incrociare per strada. Chi invece comanda davvero, chi rende l’Expo un affare da miliardi preda di multinazionali ed ipocrisie non si riesce a vedere, troppo ampia la distanza per poter riconoscere quelle persone.

Oggi la virtualità delle relazioni impedisce di accettare la concretezza delle fiamme, che bruciano simboli ben precisi, appiccate da idee in ogni caso assai discutibili. Oggi tutti sono pronti a sfogarsi in rete, ma quando qualcuno traduce in realtà le esternazioni di molti, basti pensare a quanti vorrebbero dare fuoco al Parlamento, diventa un nemico, uno specchio troppo scomodo. Oggi non si ha la forza di affrontare la vita, tantomeno di prendere posizione se non a parole, molto meglio delegare, in attesa di non si sa bene cosa, a qualcuno che non si stima.  Viene da chiedersi su cosa possa fondarsi questa ritrovata “pace sociale” se non su di un’identità imposta dall’esterno. Malatempora currunt.

 

5 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Riccardo Ponzini
    Mag 14, 2015 @ 13:28:25

    Ottima riflessione, concordo in pieno!

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  2. Riccardo Ponzini
    Mag 14, 2015 @ 22:22:26

    l’expo è bello e la violenza è brutta.. In realtà non è tanto più nemmeno la violenza a spaventare quanto l’evento. Io penso che la crisi economica (se così la si può chiamare), sia servita ad addormentare nella paura. Oramai tiriamo a campare, sperando che le cose non vadano peggio di come vanno già. Se io tiro un mattone contro una vetrina, sono così pieno di paura da trasferirmi nel negoziante (cosa farei se tirassero un mattone nella mia vetrina?) oppure verrei frenato dal pensiero delle conseguenze: arresto, reputazione che va a farsi benedire eccetera. La capacità critica è stata neutralizzata, speriamo di non svegliarci un giorno e non averla più. Qualche speranza può provenire da una sorta di istinto di autoconservazione, che potrebbe saltare fuori inaspettatamente..

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  3. gotcha
    Mag 17, 2015 @ 01:02:32

    Geniale. E’ la migliore sintesi che mi ricordo di aver letto sulla nostra epoca; devi calcolare che ho una cattiva memoria, ma di sintesi ne ho lette un casino. E’ chiaro che il consumo è il prossimo nemico da neutralizzare, perché è così che funziona il carrarmato dialettico del potere: crea e distruggi. E’ inutile arrovellarsi sul capitalismo: è il potere il Male, il capitalismo è solo uno dei modi in cui il potere si dispiega e forse è già concluso. Insomma, se Smith e Ricardo sono capitalisti lo sono anch’io, ma è come dire che farei il pilota di formula uno se i piloti fossero come Jim Clark..
    Il problema non è tanto il modo di dispiegamento del potere, che forse è fin troppo chiaro e probabilmente finirà in un aggiustamento minimo della crisi: cioè l’occidente sulla soglia della sopravvivenza e il resto alla muerte (se tutto va bene, parlo per noi occidentali). L’unica possibile svolta (sia individuale che sociale; necessariamente individuale per essere sociale; almeno individuale nel peggiore dei casi), per quanto mi riguarda non coinvolge il sistema di potere come negazione della dialettica e del rapporto con la realtà, ma solo l’individuo. E’ triste da dire ma siamo NOI che non andiamo: siamo solo sfigati e perciò ci lamentiamo della crisi dell’euro dei negri degli americani.
    Mi è venuto in mente che quando è nata la moda di Facebook io, per pigrizia e perché ero tutto preso da una ragazza che non mi cagava, sono riuscito a resistere dall’iscrivermi. Tutti mi dicevano “ma potresti ritrovare i tuoi vecchi amici!” A me non me ne poteva fregare di meno.
    Voglio dire: noi stiamo cercando di combattere il potere sul suo stesso terreno, sul terreno dove ha trionfato ed è divenuto tale: non è il terreno della malversazione, ma il terreno del coraggio, della tolleranza, della libertà d’opinione, del buon gusto, della solidarietà. Sarebbe come pretendere di dimostrare di essere più intelligenti di Cristiano Ronaldo sfidandolo a calcio!
    La pigrizia, l’indolenza, l’imprevedibilità, l’infedeltà e la vigliaccheria possono permetterci di essere ancora umani.

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