Quello che è successo a Milano il I Maggio 2015 potrebbe essere una cesura storica, oppure un evento del tutto insignificante. Oggi i fatti hanno perso il loro valore intriseco e contano solo per come vengono rappresentati. Sparita quasi del tutto la capacità analitica dagli organi di informazione, ma soprattutto dalle menti della gente comune, resta il sensazionalismo emozionale, un fuoco di paglia che si spegne presto, molto più interessante quindi osservare le reazioni ai fatti. Mentre tutti ormai possono dire la loro sui vari social network, la lettura deglie eventi cede il posto alla lettura di come questi vengano recepiti. In quest’ottica la giornata del I maggio a Milano assume contorni inquietanti.

Nello stesso giorno sono convissute due diverse città, quella dell’apertura dell’Expo e quella delle bottiglie molotov. Da un lato un evento segnato da mille polemiche di fatto sparite una volta aperti i cancelli, dall’altro un corteo non problematico fino alla sua partenza, ma in seguito divenuto rappresentazione di quanto più negativo ci possa essere. A legare le due diverse realtà il valore estetico: la bellezza dell’Expo perdona molte colpe, poco importa quanto successo, gli arresti e le indagini, tutto diventa passato in nome di qualcosa ritenuto bello. Le distruzioni sono invece cupe, fanno paura e sono qualcosa che non vorremmo vedere e vogliamo tenere il più lontano possibile. La violenza è brutta, genera orrore.

Le reazioni alla protesta letteralmente esplosa tra le strade milanesi hanno mostrato ancora di più come non ci si più la capacità di gestire il reale. La violenza è estromessa dal quotidiano, si rifiuta di accettare anche solo la sua esistenza. Chi la promuove sono persone che non possono che venire “da fuori”, estranee allo stesso consorzio civile. Il totale rifiuto di capire cosa abbia mosso quelle mani mostra come non si riesca più ad immaginare visioni diverse del mondo e della vita. Non è un caso che oggi si parli tanto di prevenzione, il diverso diventa pericoloso a priori. Non si vuole più punire, secondo le leggi vigenti, si vuole invece impedire che la violenza semplicemente si palesi nel quotidiano della comunità.

Il rischio è  quello di volere un capo che regoli il vivere civile, che protegga dalla paura, ma allo stesso tempo si ha la massima sfiducia verso l’attuale classe dirigente, una situazione dalle potenzialità devastanti. Il ripulire la città si limita alle scritte sui muri ed ai cocci delle vetrine. Le persone non vengono toccate, non i distruttori che hanno seminato violenza, non i tangentisti che hanno reso l’Expo una trafila giudiziaria. Referenti della società civile diventano muri e vetrine, non persone in carne ed ossa, altro segno dell’incapacità di relazionarsi alla complessità del reale. La massima indignazione popolare porta alla restaurazione dello status quo, si è perso il senso della costruzione del futuro.

La situazione attuale è molto pericolosa, la paura sta travolgendo anche le menti migliori. Sempre più la convivenza sociale sta diventando un problema di spazio, il senso è quello di soffocamento. L’appiattimento della consapevolezza porta all’appiatimento della visione della struttura sociale. La piramide ha oggi gradini talmente estesi che quello superiore si perde di vista, la lotta è orizzontale contro immigrati, musulmani, black block e chiunque si possa incrociare per strada. Chi invece comanda davvero, chi rende l’Expo un affare da miliardi preda di multinazionali ed ipocrisie non si riesce a vedere, troppo ampia la distanza per poter riconoscere quelle persone.

Oggi la virtualità delle relazioni impedisce di accettare la concretezza delle fiamme, che bruciano simboli ben precisi, appiccate da idee in ogni caso assai discutibili. Oggi tutti sono pronti a sfogarsi in rete, ma quando qualcuno traduce in realtà le esternazioni di molti, basti pensare a quanti vorrebbero dare fuoco al Parlamento, diventa un nemico, uno specchio troppo scomodo. Oggi non si ha la forza di affrontare la vita, tantomeno di prendere posizione se non a parole, molto meglio delegare, in attesa di non si sa bene cosa, a qualcuno che non si stima.  Viene da chiedersi su cosa possa fondarsi questa ritrovata “pace sociale” se non su di un’identità imposta dall’esterno. Malatempora currunt.

 

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