Sin dalla loro indipendenza, giunta quasi inaspettata e probabilmente non voluta, le cinque repubbliche centroasiatiche sono alle prese con la costruzione di un percorso identitario che giustifichi la loro esistenza. Regione di popolazioni spesso nomadi, l’Asia Centrale venne assorbita dall’impero zarista con un processo di conquista lungo e non certo facile. Il dramma venne quando l’Unione Sovietica, in un delirio regolatore, volle assegnare a queste popolazioni un luogo dove risiedere e, soprattutto, un’identità spesso artificiosa. Negli ultimi mesi un dibattito  sta investendo l’Asia Centrale, un dibattito che riguarda il “giusto” modo in cui le donne centroasiatiche debbano vestirsi.

Si dice spesso che “un abito non fa il monaco”, mai sentenza fu più falsa per l’Asia Centrale. Qui gli abiti sono fondamentali per riconoscere l’appartenenza etnica, a cominciare dai copricapi degli uomini oggetto di un vero e proprio culto. In una regione lacerata da odi etnici la manifestazione della suddetta appartenenza diventa una questione cruciale, essere scambiati per membri dell’etnia nemica può costare la vita. Ciò nonostante il dibattito in corso sembra voler affermare che nelle repubbliche centroasiatiche non ci sia, soprattutto da parte delle donne, attenzione ai costumi tradizionali, trascurati per seguire modelli di abbigliamento stranieri. Molto interessante il fatto che in paese vicini, come Uzbekistan e Tagikistan, si affronti il tema in maniera apparentemente opposta.

L’Asia Centrale si trova a cavallo tra mondi diversi, basti pensare all’importanza storica della Via della Seta, ed in questo momento sembra che per la classe dirigente centroasiatica, spesso appartenente alla vecchia burocrazia sovietica, siano tutti mondi pericolosi. Durante la giornata internazionale della donna (in Tagikistan dedicata alle madri), il presidente Emomali Rahmon si è scagliato contro l’uso dell’hijab in quanto abbigliamento islamico proveniente da Iran ed Afghanistan, quindi non appartenente alla tradizione tagika. Dopo le parole di Rahmon le forze di polizia delle due principali città del paese, Dushanbe e Khujand, hanno multato diverse donne e diversi negozianti. Per ora il divieto presidenziale è stato espresso in forma di consiglio ma la situazione è confusa.

Il Tagikistan non è nuovo ai tentativi di contrastare alcune usanze islamiche, ad esempio nel 2007 il velo venne proibito nelle scuole, con probabili intenti politici. Al bando contro l’hijab si è infatti accompagnata la richiesta rivolta agli imam del paese, affinché venissero letti sermoni contro l’IRP (Islamic Renaissance Party) ossia l’unico partito islamico legalmente riconosciuto in Asia Centrale. L’operazione sembra avere avuto effetto visto che nelle immediatamente successive elezioni l’IRP, perno dell’opposizione al partito di Rahmon, non ha avuto nessun eletto in parlamento. Questa politica, in un paese dove la popolazione è al 95% musulmana con un fervore religioso in aumento, rischia di essere molto pericolosa.

Di carattere radicalmente opposto invece il dibattito in Uzbekistan, dove ad essere bollati come stranieri sono i capi di abbigliamento in stile occidentale. La causa scatenante sembra essere stata una trasmissione televisiva in cui Lola Yoldosheva, una cantante, ha richiamato l’attenzione dell’Uzbeknavo, ossia l’agenzia di stato che concede o meno il permesso agli artisti di esibirsi. Secondo le autorità il vestito della Yoldosheva sarebbe stato “in conflitto la mentalità nazionale”, avvisando la cantante di non indossarlo più nelle manifestazioni future. In realtà l’abito incriminato non sembra essere particolarmente scandaloso, lasciando scoperta soltanto la schiena ed una gamba. Forse i motivi dell’intervento della censura sono da cercarsi altrove.

Proprio l’Uzbekistan si era in passato distinto per avere una delle figure politiche più occidentali e fashion, vale a dire Gulnara Karimova, figlia del presidente Islam Karimov. Fino ad un anno fa ritenuta la donna forte del paese, la Karimova era attivissima nel campo della moda, della musica ed in molti altri settori. Venne poi arrestata, con una risonanza pubblica molto strana per l’Uzbekistan, a seguito di accuse per evasione fiscale e corruzione. Sullo sfondo dunque una vera e propria lotta per il potere in cui per la prima volta la famiglia Karimov vede attaccato il suo impero finora incontrastato. La Karimova, con il suo precedente stile di vita fatto di lusso occidentale, sembra essere in Uzbekistan più odiata anche del padre, il che lascia percepire anche in questo paese un problema identitario.

Neppure il resto dell’Asia Centrale sembra essere immune a questo dibattito. In Kazakistan alcuni intellettuali propongono di istituire una giornata dedicata all’abbigliamento tradizionale, mentre in Kirghizistan un piccolo movimento si batte contro la diffusione dell’uso di vestiti occidentali da parte delle ragazze. Significativamente le polemiche, condotte spesso da uomini che nei loro uffici vestono completi di taglio assolutamente occidentale, riguardano sempre gli abiti delle donne. Addirittura nel caso tagiko gli indumenti islamici sono stati connessi alla prostituzione, accusa sempre pronta ad essere lanciata contro l’universo femminile, quasi come  questo avesse il potere di dominare gli uomini tramite la gestione dei loro appettiti sessuali. La prostituta, e la donna ritenuta immorale in genere, diventa il diverso per eccellenza.

L’Asia Centrale nel mezzo di una situazione geopolitica esplosiva, fatica sempre più a trovare una sua identità a cui aggrapparsi. La sua posizione geografica la sottopone a infinite pressioni, sia economiche che politiche. Tra un passato che non abbandona le redini ed un futuro che non si delinea, a farne le spese sono le donne, forse perché a differenza degli uomini sono molto meno disposte ad accettare identità fittizie e funzionali agli interessi altrui. Per i governanti centroasiatici si profila quindi anche una prossima questione femminile, mentre lo stato nazione sembra sempre più in crisi.

Fonte immagine Wikicommon

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