Orgoglio e gasdotti, la sfida del TAPI

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La costruzione del gasdotto

Il mondo della geopolitica energetica viene spesso trascurato, nonostante la sua importanza cruciale, a causa di un eccessivo tecnicismo. Vere e proprie valanghe di dati sommergono il lettore, arrivando al punto che anche degli esperti potrebbero avere difficoltà nel leggere certi articoli, se non del settore. Eppure la rete di gasdotti che si snoda attraverso il continente eurasiatico ha un suo fascino, conoscere meglio le dinamiche che ci permettono di cucinare la nostra cena potrebbe essere un’esperienza a portata di tutti. In questa galassia un gasdotto merita attenzione: il TAPI, che dovrebbe nascere in una delle regioni più complicate dell’Eurasia.

Questo aspetto delle relazioni internazionali sembra sempre più una partita d’azzardo: quando si scoprono le carte si scoprono anche i bluff. Progetti sponsorizzati ai più alti livelli come Nabucco e South Stream, sono mestamente usciti di scena, mentre altri attori puntano all’intero piatto. La crisi russa e la competizione tra Unione Europea e Cina rischiano di oscurare realtà che stanno lottando per raggiungere dei traguardi insperati. Il TAPI è composto da paesi alle prese con molti problemi e non sempre in ottimi rapporti tra loro. Questo gasdotto dovrebbe portare il gas turkmeno in India attraversando Iran, Afghanistan e Pakistan, un percorso davvero arduo.

Non sembra essere un caso se il TAPI è chiamato anche “peace pipeline“, tuttavia i contrasti restano molti. L’Iran, a causa delle sue difficoltà strutturali, importa gas dal Turkmenistan per rifornire le province settentrionali, esportando invece le sue riserve nel Medio Oriente. Tuttavia tra i due paesi i conti non sempre tornano, visto che nel 2012 il Turkmenistan ha chiuso i suoi rubinetti a causa dei debiti iraniani. Inoltre i progressi di Teheran nel modernizzare il settore potrebbero rendere superfluo il gas turkmeno. Il paese centoasiatico si trova inoltre alle prese con una crisi economica che ad inizio anno ha visto la svalutazione del 20% della sua moneta.

In Afghanistan e Pakistan il TAPI dovrebbe passare rispettivamente per Kandahar e Quetta, zone tradizionalmente roccaforti talebane. Il Pakistan inoltre si trova alle prese con una situazione interna esplosiva strettamente connessa ai rapporti con l’India, che a sua volta potrebbe vedere nel TAPI la fine delle velleità di presenza in Asia Centrale, cedendo il passo alla concorrenza cinese. Sul TAPI infatti si sono concentrati gli interessi di Russia e Cina ma anche di compagnie petrolifere europee come la francese TOTAL. La costruzione del gasdotto dovrebbe iniziare nel corso del 2015 per essere terminata nel 2018, ma al momento la difficoltà sembra essere quella di capire chi ne sarà il leader.

La messa in opera del consorzio è complicata da ragioni politiche, come la sovratisma della Cina fatta dal Turkmenistan che ora tenta di diversificare i suoi rapporti commerciali, che si affiancano a motivazioni economiche, come gli alti costi dovuti all’instabilità della regione. Tutti fanno un passo avanti ed un passo indietro, mentre nel frattempo il summit previsto per il 15 marzo a Kabul è stato posticipato al 19 marzo. Per ora unica certezza sembra essere l’assenza delle compagnie americane, non disposte ad accettare le leggi turkmene che vietano agli stranieri la proprietà della terra. Proprio il 15 marzo Sartaj Aziz, ministro degli esteri pakistano, ha ribadito l’importanza del progetto per la sicurezza e l’economia della regione.

Probabilmente una pagina del futuro prossimo venturo verrà scritta in questa turbolenta parte di mondo, dove si tenta di portare a termine un difficile progetto nonostante le rivalità e le condizioni ambientali.

Fonte immagine Pipr.co.uk

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