Travel blogger, i figli perduti della globalizzazione

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Quando viaggiare è cool e molto social

…è una questione di qualità…

(Io sto bene – CCCP)

I racconti di viaggio ci sono sempre stati, da quando esiste l’uomo esiste il fascino dell’ignoto, della scoperta di luoghi mai visti prima. La Storia ci offre molti esempi di viaggiatori i cui resoconti furono spesso di importanza straordinaria per la diffusione della conoscenza, basti pensare al grande esploratore Ibn Battuta ed alle sue narrazioni. Oppure a Zhang Qian che trascorse diversi anni della sua vita in avventurose peripezie lungo la Via della Seta, portando per la prima volta in Cina conoscenze di prima mano dell’Asia Centrale. Ed ancora i mercenari portoghesi diventati protagonisti nel Sud-Est asiatico, la cui sola presenza deponeva sovrani. Infine il nome più celebre, Marco Polo, agiato rampollo dell’epoca la cui credibilità è a volte messa in dubbio. Ma oggi cosa succede?

Oggi esiste internet, ed è sempre più intasato. Certo, i tempi cambiano e non si possono paragonare epoche diverse. Se oggi una notizia arriva in tempo praticamente reale all’altro capo del mondo non è un peccato capitale, volere a tutti i costi sottolineare il fascino del sapere che viaggiava a dorso di cammello rischia di far cadere nel passatismo, nell’avversione a priori per ogni novità. Eppure basta accedere alla rete digitando come parola chiave viaggiare, oppure travel per avere una visione più ampia, per notare come il web sia letteralmente sommerso di viaggiatori, per l’esattezza di travel blogger. Sembrerebbe che una parte del pianeta ormai non faccia che girare il mondo, visitando i luoghi più incredibili, ma soprattutto non faccia che raccontarlo. Questo il vero dramma!

Tutti hanno l’esigenza assoluta, imprescindibile e inderogabile di parlare, di scrivere qualcosa, di dare un cenno della propria esistenza. Non importa che quanto si scrive venga letto, importa solo che venga notato. I contenuti lasciano il posto alle regole della SEO (Search engine optimization), ossia a quegli accorgimenti che permettono alla pagina in questione di scalare le liste dei motori di ricerca, l’obiettivo è arrivare più in cima possibile. Non importa perché, non importa per cosa, bisogna arrivare più in alto degli altri. Come se un atleta si stesse impegnando con tutte le sue forze in qualcosa non sapendo nemmeno di che sport si tratti. Il protagonismo si fa agonismo, non c’è tempo per riflettere su cosa si scrive, importa solo di fare titoli che piacciono a Google, tutti uguali, tutti gli stessi.

Indubbiamente niente di male nel voler diffondere nel modo più efficace i propri contenuti ma ormai siamo al punto che vengono spacciati come informazioni riguardanti il viaggio cose come i consigli sul fare la spesa a Londra o gli orari del pullman da Frosinone a Sora. Certamente comodi e utili ma che con il viaggio hanno poco a che fare. Tra le righe si legge un misto di arroganza e disperazione. Come se fosse un obbligo morale dirsi che si fa un viaggio difficile ed avventuroso andando a Berlino o Stoccolma. Molti dei travel blogger non sono che emigranti che rifiutano la loro condizione, troppo degradante ammetterla, altri devono invece difendere a tutti i costi la loro collocazione sociale di fronte ad un potere di acquisto che crolla. Negare sempre negare, ma allo stesso tempo darsi certezze fondate sul consenso, ossia quanto di meno solido esista.

Nel frattempo tutti devono sfoggiare esterofilia o provincialismo, rivendicare scelte di vita miracolose e santificare la loro esistenza apparentemente idilliaca. Come la società di oggi rifiuta la violenza esorcizzandola in tutti i modi possibili, loro purgano il viaggio da tutte le difficoltà facendone un’esperienza asettica e tremendamente falsa. Tutti sono alla costante ricerca di guadagnare qualcosa con il loro posizionamento sui siti di indicizzazione, spesso misere briciole raccolte attraverso l’affiliazione al marketing che conta, diventando solo gli ultimi ingranaggi di un sistema che non li vede nemmeno. Una società ipocrita che produce viaggi di plastica, affrontati allo stesso modo a New York come a New Delhi. Avventura ma non senza drink, soprattutto non senza una connessione. Mi esibisco quindi sono, questa la formula che regge le sorti odierne del pianeta.

La libertà d’espressione è un diritto, ma esercitarla con giudizio è un dovere. I travel blogger sono i degni prodotti di un mondo globalizzato sommerso dalle informazioni, dove si possono trovare prove a favore o contro qualunque cosa. Un mondo schiavo di sé stesso, incapace di fermarsi a riflettere, probabilmente destinato ad implodere, insieme alle comunità  autoreferenziali che lo compongono, di fronte ad una realtà molto molto diversa dai viaggi felici e patinati.

Fonte immagine Pixabay

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6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Eli Sunday Siyabi
    Apr 12, 2015 @ 19:51:35

    Sì, è proprio così.
    Meno male che non sono una travel blogger.

    Rispondi

  2. Noemi G
    Apr 25, 2015 @ 23:08:56

    L’ha ribloggato su Figlia del Caos.

    Rispondi

  3. Trackback: Zhang Qian, il primo travel blogger sulla Via della Seta? | Farfalle e trincee
  4. Trackback: Italiani in Cambogia, il lato oscuro del mondo expat | Farfalle e trincee
  5. Sabrina
    Ago 06, 2016 @ 20:51:35

    Dissento: i travel blogger non fanno informazione ma marketing. Non sono giornalisti, non hanno regole deontologiche né leggi civili né penali da rispettare. Scrivono a comando in cambio di una cena al ristorante, una notte in hotel, un volo in aereo. E alcuni si fanno pure pagare a seconda dei followers che hanno (la maggior parte falsi comprati sul web dove spacciano per vere le loro marchette)

    Rispondi

  6. Trackback: Viaggiare, una pretesa che fa gola a molti | Farfalle e trincee

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