I sufi, la forza del silenzio

Roof_hafez_tomb

Particolare della tomba di Hafiz Shirazi

Quando si parla di sufismo spesso si pensa alle danze dei dervisci rotanti, con i loro balli dai ritmi vorticosi che conducono all’ascesi. In realtà i dervisci sono solo una delle numerose componenti dell’universo dei sufi. Nonostante oggi si parli molto spesso di islam, spesso anche a sproposito, la conoscenza di questa religione è perlopiù superficiale, se non addirittura filtrata da qualunquismi beceri dalle finalità interessate. L’islamismo è un mondo complesso, come complesso è d’altro canto il cristianesimo frammentato in mille rivoli. Dell’islam il sufismo rappresenta una parte senza dubbio affascinante, particolarmente importante in Asia Centrale.

Risalente al XII secolo nelle sue versioni più antiche il sufismo rappresenta una vera e propria mistica, una ricerca individuale della via spirituale. Trasversale in tutto l’islam il sufismo è un contatto diretto tra il fedele e Dio, favorito dall’assenza di un corpo ecclesiastico nel mondo islamico. Sebbene i mistici si raccolgano in confraternite, l’individualità del sufi nel suo rapporto con Dio resta un elemento fondamentale dalle molteplici conseguenze. L’Asia Centrale è permeata di sufismo, che si intreccia con l’islam sunnita ed una matrice culturale persiana, dando a questa regione delle caratteristiche religiose uniche.

Il sufismo non è mai stato amato dall’islam più ortodosso, che vede con profondo sospetto la ricerca individuale e la conseguente possibile messa in discussione di obblighi e precetti. Altro elemento che ha spesso causato problemi ai sufi è il loro culto dei santi, vale a dire dei maestri delle confraternite e di quelle persone che si sono rivelate particolarmente rispettabili. Su questo punto l’intrasigenza dell’ortodossia islamica si è trovata significativamente alleata al suo più acerrimo nemico: il comunismo. L’Unione Sovietica ha infatti in tutti i modi tentato di fermare la venerazione dei santi ed il conseguente pellegrinaggio in determinati luoghi di culto, senza mai tuttavia riuscirvi, venendo spesso boicottata dagli stessi funzionari locali.

Con la fine dell’URSS il sufismo è stato blandito dai regimi centroasiatici, impegnati nella costruzione di un’identità che potesse mantenerli al potere. Le repubbliche dell’Asia Centrale hanno dovuto giustificare la loro esistenza, soprattutto il fatto che siano stati ereditati dall’Unione Sovietica confini e classe dirigente, un problema mai del tutto risolto. Il tentativo di attrarre i sufi in una sfera ufficiale è tutt’ora dettato dal voler contrapporre questa corrente mistica all’islam più radicale, la cui presenza viene ritenuta un’incombente minaccia da tutti i governi della Regione, ma questo non è un percorso  lineare.

Per sua stessa natura il sufismo non può essere ridotto ad una “religione di stato”, obbediente ai voleri del potente di turno. Non è stato così durante il comunismo sovietico e non è certo così oggi, cosa del quale si sono ben accorti i governanti centroasiatici. In Asia Centrale si possono vedere governi che sponsorizzano iniziative sufi e finanziano il recupero di luoghi sacri, togliendo poi il patrocinio o ritardando manifestazioni religiose a data da destinarsi. L’importanza popolare del sufismo, infatti, spaventa nel momento in cui si fa alternativa dalle potenzialità anche politiche, con la sua forte influenza popolare: l’interiorità e la disponibilità non vanno confuse con la passività.

L’Asia Centrale sta vivendo un periodo di relativa calma, che gode del perdurante accordo tra Cina e Russia nella gestione della regione. Nemmeno la crisi ucraina ha scalfito i regimi centroasiatici, schierati con Mosca contro quella che ritengono un’ingerenza di matrice americana. Tuttavia sull’equilibrio centroasiatico pendono diverse minacce, dalla crisi economica russa alle vicende afghane. Di fronte a tutto ciò i sufi continuano a cercare la loro via verso Dio, senza che nessuno riesca ad imporre loro un’obbedienza troppo terrena.

Fonte immagine Wikicommons

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3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. mirkhond
    Feb 23, 2015 @ 12:01:35

    Hai conosciuto di persona qualche sufi, quando sei stato in Asia Centrale?
    Comunque una certa diffidenza dell’ortodossia sunnita verso il sufismo, non era del tutto ingiustificata, visto che in quella galassia di confraternite e mistici, accanto ad autentici santi vi erano anche pervertiti sessuali pederasti, vedasi tra i qalandar.
    Del resto lo stesso viaggiatore romano Pietro della Valle, nel suo soggiorno ad Uskudar di fronte ad Istanbul, nel 1614 ce ne da una descrizione di un ambiente monastico che ufficialmente viveva in castità, ma in realtà praticando abbondantemente la pederastia verso i propri “novizi” e “seminaristi”.
    Come del resto in ambienti ecclesiastici cristiani e nei monasteri buddhisti del Giappone.
    In quest’ultimo paese, intorno al 1550, il monachesimo buddhista era talmente screditato per via degli scandali pederasti, che l’arrivo della prima missione cattolica dei gesuiti di San Francesco Saverio (1506-1551) fu salutata positivamente, venendo vista, almeno inizialmente, come un ramo riformato dello stesso Buddhismo! 🙂

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  2. mirkhond
    Feb 23, 2015 @ 12:13:19

    Fu solo grazie ad al-Ghazzali (1058-1111 d.C.), che il sufismo, in una versione “moderata” venne “canonizzato” da gran parte della Sunna, che altrimenti si sarebbe privata di quel polmone spirituale senza cui si sarebbe condannata a mero formalismo e letteralismo coranico.
    Secondo Toynbee, fu proprio il Sufismo a portare tanti fedeli all’Islam, non solo in Asia Centrale, ma anche in Medio Oriente.
    Pensiamo al ruolo di confraternite sufi come la Naqshbandiyya e la Qadiriyya, nell’Islamizzazione del Caucaso nel XVII-XVIII secolo, e della lotta dei popoli circassi, ceceni e daghestani contro la Russia tra 1784 e 1859, e ancora fin quasi ad oggi!

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