La creazione del nemico, il terrorismo islamico tra mito e realtà

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Fonte immagine Brabo

A volte le cose sembrano molto chiare, le differenze molto nette e le linee di confine molto definite. Senza voler a tutti i costi andare a caccia del complotto, bisognerebbe comunque dubitare delle situazioni in cui la complessità sembra venire meno. Certo, agire è importante ed i cavilli possono essere un freno all’azione, tuttavia la conoscenza e la definizione della rotta sono imprescindibili. Basti pensare ad un viaggio in nave intrapreso nella fretta di partire, senza dotarsi di bussole o carte nautiche. Oggi tutto questo sta avvenendo nel definire una contrapposizione tra Occidente e fondamentalismo islamico, fasa in partenza in quanto oppone una definizione geografica ad una religiosa, il che complica le cose; come se ce ne fosse bisogno.

In realtà la galassia fondamentalista è molto più variegata e dinamica di come la si descrive, ma al pubblico vanno date generalizzazioni schematiche e facili da ricordare. Una recente analisi internazionale ha mostrato come gli italiani abbiano una percezione della realtà totalmente distorta, credendo di vivere in un mondo assediato da barbuti ed immigrati, pronti gli uni a farsi esplodere e gli altri a rubare il lavoro (contributi compresi), senza pensare che l’offerta è strettamente legata alla domanda. Un pastore tagiko ismailita è ben diverso da un predicatore saudita wahabita ma poco importa, sono islamici ed entrambi sono stati scaraventati nella modernità per via di un mondo sempre più globalizzato.

Gli equilibri del radicalismo islamico sono instabili, una nuova generazione di jihadisti sta sovvertendo la realtà fondamentalista sinora conosciuta. I nuovi radicali usano internet con tutto quello che ne consegue, vale a dire social network, video ed un marketing aggressivo, tutte cose da far impallidire i mujahedin reduci dalle guerre afghane contro i sovietici. Il fondamentalismo islamico sta sempre più assumendo un’aurea mitica per giovani musulmani attratti dal radicalismo, con un processo che ricorda l’idolatria dei fan verso la rockstar di turno. Anche nella jihad si assiste inoltre ad uno scollamento tra il locale ed il globale, dove la potenza delle immagini nasconde la reale distanza tra i due estremi della forbice.

La nascista dello Stato Islamico per molti governanti occidentali è stata una benedizione divina, finalmente il nemico invisibile si è concretizzato e fatto carne, non più solo verbo e schede delle varie intelligence. Come questo sia utile ai governanti è ben chiaro in Asia Centrale, in un contesto dove la “minaccia islamica” è ampiamente sovrastimata a fini politici e di controllo sociale. L’Asia Centrale è inoltre paradigmatica nell’evidenziare il ruolo dell’immigrazione nella formazione dei militanti islamici radicali. Infatti, con un processo notato anche in Occidente, non è nel paese islamico d’origine che le credenze religiose si radicalizzano, ma in quello d’arrivo: la Russia nel caso centroasiatico.

Il fenomeno dei jihadisti occidentali, tra cui molti convertiti, dovrebbe far riflettere. Se il nemico è dall’altra parte della linea del fronte, chi sono quelli che da casa nostra partono per combatterci? Perché lo fanno? Tutte domande che rendono impossibile ragionare in termini assoluti, le cui risposte non possono essere nè banalità qualunquiste alla Salvini nè superficialità un po’ ipocrita alla Renzi, in fondo due facce della stessa medaglia, due diversi modi di creare muri che dividano “noi” e “loro”. In entrambi i casi si rivela palesemente la non capacità di analisi del reale, la mancata comprensione della complessità di fronte alla quale ci pone la modernità. Conoscere il nemico è anche conoscere noi stessi, molto meglio chiudere gli occhi, costi quel che costi.

Un ottimo articolo sugli equilibri interni al mondo del radicalismo islamico su Afghanistan Sguardi e Analisi.

Alcuni saggi sull’Islam in Asia Centrale, scaricabili da questa pagina (scorrere verso il basso).

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