Pubblichiamo un articolo scritto per Most, quadrimestrale di politica internazionale, collegato alla rivista East Journal, che consigliamo caldamente di acquistare. Ogni informazione su come fare può essere trovata qui. Una presentazione di Most fatta da East Journal invece la trovate su questa pagina. Ora non resta che augurarvi buona lettura!

La necessità di costruire un sentimento unitario, che faccia degli italiani un popolo, è forse una delle figure retoriche maggiormente usate nella vita politica, giornalistica e sociologica italiana. Il fatto stesso che questo mantra venga periodicamente riproposto fa sospettare che forse gli italiani sono ancora da fare. In quest’ottica la Prima guerra mondiale ha un potente valore simbolico, essendo stata individuata dalla storiografia ufficiale come il momento in cui il popolo italiano si sarebbe finalmente formato, visione spesso strettamente legata al considerare il conflitto come la fine del Risorgimento e della lotta per l’integrità territoriale d’Italia. In realtà la retorica sulla Prima guerra mondiale è altamente fuorviante.

Gli italiani, si dice, nelle trincee scoprirono i loro fratelli; vero, anzi verissimo. Persone provienenti da ogni parte d’Italia si trovano a combattere per un ideale comune… la sopravvivenza. Il paese era sì entrato in guerra grazie a manifestazioni di piazza, le “radiose giornate” di Maggio, ma queste erano frutto dell’azione di una classe borghese ed intellettuale, giovani che vedevano nella guerra uno sconvolgimento della quotidianità, invero un pò piatta, della belle epoque. Vi era anche un filone proletario che vedeva nella guerra possibilità di rivoluzione, basti pensare a Mussolini ed al socialismo rivoluzionario, ma nel paese non era certo maggioritario.

Gli italiani quindi, quelli che non fanno la storia, o meglio non la scrivono, si trovano a combattere al grido di “Trento e Trieste”, città da loro mai viste e forse nemmeno sentite. Gli italiani sarebbero di conseguenza stati “fatti” permeati da un ideale negativo, ossia combattere qualcuno, dal profondo pragmatismo, banalmente non morire. Nonostante quello che sostenga la retorica del post-guerra, questo ha forse ancor più allontanato le masse dallo Stato, impedendo la creazione di quel centro, la lealtà alle istituzioni, elemento centrale per qualsiasi popolo che si voglia dire unito ad un livello superiore della banda o del clan, oppure come nel nostro caso del plotone o del reggimento.

Terminato il conflitto si tentò di colmare questo scollamento mediante la rievocazione dei morti, con una selva di monumenti ai caduti che venne eretta ovunque in Italia ci fosse una comunità, per quanto piccola. Attraverso il rito della morte si provò a cementare le falle della mancata unità, utilizzando un tema molto caro (ma lo è davvero?) al popolo italiano: la religione. Un altro degli elementi fondanti del senso unitario del popolo italiano, la negazione stessa dell’esistenza, ha quindi un accezione non positiva, dando proprio l’impressione che gli italiani siano stati davvero formati in contrapposizione a qualcosa o qualcuno. Non mete da raggiungere guardando avanti ma disgrazie da ricordare.

Non deve stupire che tutto ciò fu capito da un grande individualista: Benito Mussolini. Il duce tentò di maneggiare una massa di individui, unendola con la creazione di uno spirito identitario nuovo, attingendo alle sue origini socialiste ed innestandole sulla lotta contro avversari di volta in volta diversi. In parte Mussolini riuscì nel suo intento di creare consenso in vista di “sorti magnifiche e progressive”, ma anche lui cadde di fronte alla sconfitta, quella di Etiopia, perdendo l’appoggio del popolo. La fine del fascismo, quello di popolo e non quello di regime degli agrari e degli industriali, venne ben prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. L’italiano era ancora da fare, ancora una volta.

L’Italia continua ad essere un paese bloccato, rubando termini alle dottrine politiche, dove l’”unità avversativa” è ancora molto forte, dove la fiducia verso mete e traguardi, per non parlare dei leader, è superficiale e puntualmente si ferma di fronte alle prime difficoltà. Oggi ad unire gli italiani potrebbe essere un nemico nuovo ed antico allo stesso tempo: lo straniero. Tutto questo è anche un lascito della Prima guerra mondiale, una vera e propria lezione di sfiducia.

Fonte immagine Wikicommons

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