Uno degli aspetti che più colpisce del fondamentalismo islamico è la sua capacità d’attrazione, non sono rari i casi in cui tra le file dei jihadisti vengono scoperti cittadini occidentali. Ma cosa significa oggi essere “occidentale”? L’incapacità di capire perché queste persone abbraccino un islam militante e radicale è un’occasione persa dall’Occidente, che lascia la porta aperta a razzismi e xenofobie. Non va poi dimenticato che il fondamentalismo islamico è un nemico che fa comodo a molti, quasi al punto di dire che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Anche un paese come la Russia ha scoperto l’esistenza dei “figli che rinnegano”, dopo la morte in Siria di Dilshod Qurbonov, cittadino tagiko di etnia russa e dal doppio passaporto. Il caso di Qurbonov è esemplare: cresciuto con un’educazione russa da una nonna russa pur vivendo in Tagikistan, era considerato a tutti gli effetti avere una mentalità russa e non islamica. Eppure Qurbonov scopre la religione una volta emigrato in Russia, radicalizzandosi sempre di più. Il rapporto tra emigrazione ed islam è un tema di assoluto interesse.

Secondo alcuni studi recenti la maggior parte dei militanti islamici radicali centoasiatici non avrebbero abbracciato la jihad nel loro paese d’origine, ma in Russia. L’islam radicale si connota quindi anche come volontà di aggrapparsi ad un’identità da parte di persone emigrate in cerca di lavoro e scontratesi con una realtà durissima. Il processo è ampiamente favorito dalle disponibilità economiche dei gruppi islamisti radicali, che arrivano a pagare cifre maggiori di quanto un immigrato centroasiatico guadagnerebbe in un mese di lavoro a Mosca.

In Russia sembra essere esploso l’isterismo contro gli immigrati dall’Asia Centrale, quando in realtà, come detto, questi non giungono su territorio russo armati di particolare zelo religioso. Anzi, proprio grazie all’alto tasso di alfabetizzazione, residuo dei tempi dell’Unione Sovietica, ed una maggior possibilità di usare tecnologia e reti informatiche, fanno della Russia una palestra per la formazione dell’identità radicale. Ma dietro questa levata di scudi contro un “nemico interno” che viene da fuori lascia trapelare ben altri interessi.

I russi sopravvalutano forse il numero di combattenti centroasiatici in Siria, 4000 invece dei più probabili 1000, sottolineando il pericolo che corrono i paesi dove le loro truppe non sono presenti, Uzbekistan e Turkmenistan, il che fa sorgere qualche dubbio. Se l’Uzbekistan è ritenuto uno dei luoghi caldi nella lotta al terrorismo in Asia Centrale, il Turkmenistan sembra avere avuto, sinora, ben pochi problemi con i radicali islamici. La lotta al fondamentalismo sarebbe in realtà una scusa per rafforzare la propria influenza nella regione.

L’Asia Centrale è infatti al centro di una vera e propria contesa geopolitica tra Russia e Cina, portatori di due modelli di sviluppo ben diversi. Da un lato la protezionista Unione Economica Eurasiatica, dall’altro quella che viene comunemente chiamata Nuova Via della Seta, da integrarsi in un progetto liberoscambista che riguarda tutta l’area asiatica del Pacifico. La Cina, per lo sviluppo della Nuova Via della Seta, ha stanziato circa 40 bilioni di dollari destinati ai paesi vicini, Asia Centrale inclusa. Inutile dire l’attrazione delle sirene cinesi nella regione.

Tornando al nostro punto di partenza, in un mondo sempre più interconnesso anche le identità diventano transnazionali, ridurre il mondo ad un campo dove buoni e cattivi si scontrano è fuorviante e non può che portare a trincerarsi dietro falsi schieramenti. Questo può spiegare l’incapacità di comprendere da parte di un padre, il cui figlio abbandona la famiglia benestante per andare a combattere nei deserti della Siria. L’Occidente deve imparare a includere superando la logica dello stato nazione, oppure le sue fasce più deboli, non solo economicamente, guarderanno altrove.

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