La Via della Seta, tra cultura e potere

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Tsegmed Tserennadmid – Caravan of life

Chiunque abbia viaggiato in Cina, soprattutto in regioni come il Gansu oppure il Xinjiang, si sarà accorto di come sia in corso un vero e proprio revival della Via della Seta. Rimandi a questa rete di rotte commerciali sono presenti in una moltitudine di forme: mostre d’arte, promozione di luoghi e percorsi, monumenti, conferenze e molto altro. Citando le parole di uno storico americano esperto in materia, James A. Millward, la Via della Seta è “un oggetto di studio accademico, un concetto romantico ed una potente metafora”. Nel corso dei secoli il fascino di questa ragnatela di strade, ormai patrimonio dell’umanità, non ha smesso di esistere, rimanendo importante luogo per l’incontro di culture diverse.

Come detto, oggi si torna a parlare di Via della Seta in gran parte per motivi economici. Pechino ha infatti deciso di puntare decisamente sulle rotte terrestri per far viaggiare merci e denaro verso ovest, rendendo di fatto un elemento centrale di questa politica la regione autonoma del Xinjiang. Il rischio che una necessaria “pacificazione” aumenti la mai sopita tensione nella regione, si accompagna un possibile aumento del benessere per gli abitanti del Xinjiang; a questo proposito elemento cruciale saranno le modalità con le quali tale ricchezza verrà distribuita. Quello che sembra certo è che la Cina ha individuato nella Via della Seta una direzione di sviluppo alternativa al problematico Mar Cinese Meridionale.

Tuttavia, se vista da un’altra prospettiva, la Via della Seta è sempre esistita, soprattutto a livello di immaginario collettivo. Questa pista carovaniera evoca immediatamente immagini di cammelli e deserti, oppure passi innevati e yak. Questa rotta è stata un formidabile mezzo per la diffusione delle idee, basti pensare alle religioni che si sono succedute lungo il tragitto: manicheismo, buddhismo, islam solo per citarne alcune. Lungo queste piste si sono incontrate, anche scontrate, numerose popolazioni, venendo percorse da figure quali Alessandro il Macedone e Gengis Khan. Ancora oggi chi volesse percorrere questo percorso nella sua interezza si troverebbe di fronte ad una incredibile varietà culturale.

Tappa importante per la conoscenza della Via della Seta è stato un documentario del 1990, realizzato dalla televisione di stato cinese CCTV in collaborazione con la giapponese NHK. La realizzazione di questo documentario in 12 puntate, fu la prima coproduzione con l’estero della rete televisiva cinese, superando una chiusura sul tema che durava da molto tempo; a rendere delicata la questione anche le accuse di Pechino verso quei paesi che avevano di fatto depredato i tesori posti lungo la Via della Seta. La colonna sonora del documentario venne realizzata da un musicista giapponese pioniere della musica new age, Kitaro, il quale ha fatto della Via della Seta un importante aspetto della sua carriera artistica.

Basti vedere gli affreschi presenti nelle grotte situate nel Xinjiang, per esempio a Dunhuang oppure nei dintorni di Kuqa, per capire quanto la musica fosse importante lungo la Via della Seta, visto che le carovane portavano con sè anche tradizioni e strumenti musicali. Ancora oggi le popolazioni poste lungo tale via riescono a fondere culture diverse in equilibrio tra modernità e tradizione. Interessante documentario in questo senso è The Silk Road of Pop, un viaggio tra i giovani uighuri del Xinjiang ed il loro rapporto con la musica. L’Asia Centrale, anche nella sua accezione cinese, si rivela vera e propria terra di rock star e crew dedite all hip-hop, anche questo è assolutamente Via della Seta.

Infine l’Occidente, dove forse della Via della Seta si ha un’immagine più centroasiatica, maggiormente legate alle repubbliche ex-sovietiche come l’Uzbekistan, con le evocative città di Samarcanda e Bukhara. Sempre in ottica di incontro tra culture, un video interessante è Meet the Stans, realizzato da Patrik Wallner, dove giovani occidentali si cimentano in acrobazie sullo skateboard nelle piazze delle città centroasiatiche tra maestose moschee e sguardi curiosi; l’effetto è davvero straniante, un connubio tra passato e presente esaltato dall’immediatezza delle riprese. La Via della Seta si conferma per quello che è sempre, una brulicante fonte di vita al di là delle potenze che tentano di controllarla.

Tutti i video sono presenti qui: https://farfalleetrincee.wordpress.com/video/

Immagine tratta da http://www.mongolian-art.de/01_mongolian_art/art/tsegmed_tserennadmid.htm

2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. rossana
    Ott 22, 2014 @ 11:02:34

    Leggendo, non ho potuto fare a meno di ricordare il bellissimo Diavoli stranieri sulla Via della Seta di Hopkirk, dove racconta di quanti, archeologi e avventurosi stranieri, hanno depredato quei luoghi di un patrimonio culturale oggi sparso fra i più importanti musei del mondo. Templi buddhisti di cui oggi rimangono solo i muri, moschee nascoste dentro a caverne o sepolte dalla sabbia del Takla Makan, dipinti e incisioni che sono stati prelevati e spediti in Germania, in Francia, in America a gloria dei predatori.
    Tuttavia, se oggi ancora resiste il fascino della Via della Seta, è forse perché i moderni autobus o i voli aerei che trasportano l’odierno turismo non riescono a cambiare la memoria della sabbia, delle rocce o delle paludi che la percorre.

    Rispondi

  2. Trackback: Senza musica non c’è vita | Farfalle e trincee

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