Hong Kong: Quando va di scena l’armonia

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Scritto per East Journal

Chiunque conosca la storia cinese, sa che i fatti di Hong Kong non possono essere letti in un’ottica esclusivamente di breve periodo, dato che la Cina sembra muoversi secondo schemi antichi di secoli, quasi immutabili nel corso del tempo. Quello che accade nell’ex colonia britannica è una vera e propria messa alla prova di tali linee di condotta, di fronte alla quale il governo di Pechino si trova a dover fare scelte potenzialmente dirompenti e la mente corre subitanea ai fatti di Tiennamen del 1989. I protagonisti sono ancora una volta degli studenti, ma tra le due realtà esiste una differenza notevole: i ragazzi di Tienammen volevano una Cina diversa, quelli di Hong Kong in una Cina diversa sono cresciuti.

Uno dei pilastri della politica cinese è l’armonia, ossia la pacifica, presunta o meno, unità di popoli diversi nella stessa nazione, con il riconoscimento dell’autorità centrale a fare da collante. Una volta era l’impero il perno attorno a cui tutto girava, oggi l’ideologia ufficiale. Nell’antichità gli imperatori usavano il sistema del tributo come mezzo per affermare la propria autorità, anche quando la Cina era la parte più debole tra i due contraenti i tributi venivano fatti e ricevuti. Oggi ad Hong Kong questa finzione viene meno. Pechino si è detta più volte disposta a trattare il problema del suffragio elettorale e delle modalità per le future elezioni cittadine, a condizione che venga riconosciuta la piattaforma di partenza proposta dal governo centrale.

Di fronte al rifiuto del movimento Occupy Central di Hong Kong crolla quell’artifizio chiamato “un paese due sistemi”, ossia la formula istituzionale coniata a suo tempo da Deng Xiaoping. Ad Hong Kong la censura è sempre stata più blanda che nel resto del paese, ad Hong Kong era possibile aggirare le rigide norme per l’ottenimento dei visti cinesi. Di fatto Hong Kong dal suo ritorno nel territorio cinese è stata una vera e propria eccezione in Cina. Oggi, in un’ottica di armonizzazione, si chiede ai giovani di Hong Kong di fare un vero e proprio capovolgimento culturale, il che può risultare decisamente traumatico.

Tra gli studenti ed il governo vi è una vera e propria incapacità di parlare un linguaggio comune, con una frattura che va ben al di là del contrasto generazionale tra padri e figli. Se i ragazzi di Hong Kong sembrano ricalcare l’arroganza consumista occidentale del qui ed ora, le autorità cinesi ritengono una mano tesa il non avere inviato l’esercito a risolvere la situazione. Ma un intervento troppo duro non sarebbe certo di aiuto a Pechino, in una fase storica in cui i capitali cinesi stanno prendendo il largo verso altri lidi. Pechino ha inoltre un grande bisogno delle conoscenze degli operatori economici cresciuti ad Hong Kong, forse anche degli stessi studenti che sono scesi in strada.

La Cina si trova infatti di fronte alla necessità di un vero e proprio riequilibrio sociale, tanto più oggi che le disparità tra i vari strati della popolazione sono enormi e rischiano di alienare il favore della parte più povera. I ragazzi di Hong Kong rappresentano anche questo: la futura classe sociale che potrebbe far esplodere l’armonia, anche qui vera o presunta, su cui si regge la Cina. Il futuro cinese potrebbe essere di chiusura, come vari segnali sembrano profetizzare, oppure di apertura verso le richieste provenienti dal popolo. Sicuramente se questà sarà la strada intrapresa i tempi saranno lunghi, pena la rottura dell’ordine “imperiale”.

Gli studenti di Hong Kong potrebbero davvero spazzare via questo equilibrio, attraverso delle categorie, soprattutto quelle relative al tempo, più occidentali che orientali. Nel frattempo Pechino teme l’effetto domino, ora che i barbari hanno varcato la grande muraglia.

foto Lam Yik Fei/Getty Images

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