Terrorismo e quotidianità, l’arroganza del dolore

'Freedom_go_to_hell'

Quando la scelta e’ un lusso…

Il terrore sembra essere diventato una delle principali caratteristiche del nostro tempo. In ogni aspetto del vivere è subentrata una strisciante paura del futuro, sempre più incerto. La crisi economica si accompagna alla paura del terrorismo, del nemico che può colpire ovunque e chiunque, come un incubo che emerge dalle nebbie delle nostre angosce. Ma se leggiamo tra le pagine della Storia, sempre meno maestra di vita, vediamo che l’uomo ha sempre dovuto convivere con la paura dell’improvviso attacco nemico, fosse questo la grandine che distrugge i campi, la razzia di un popolo barbaro o gli aerei alleati che bombardano Dresda. Oggi, tuttavia, sembra che l’intero corso della vita sia sotto la minaccia di un nemico come mai successo prima. Ma le cose stanno davvero così?

Probabilmente uno dei fattori che più di tutti ha fatto entrare nelle case, e nelle menti, la paura del fondamentalismo è stato l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Dall’effetto mediatico potentissimo questa giornata ha diviso la storia in un prima ed un dopo, facendosi quasi evento sacro e quindi non analizzabile con criteri razionali. Le crociate, di qualunque tipo siano, sono infatti questione di fede, cause in cui credere tacciando di collaborazionismo col nemico chiunque le affronti con analisi fondate sulla logica e sui fatti concreti, quasi questo fosse un affronto alla sacralità della crociata stessa.

La quotidianità ai tempi del terrorismo porta naturalmente a vedere nemici ovunque, insieme alla tendenza ad identificare intere categorie di persone come possibili terroristi, a artire dagli appariscenti barbuti islamici. Poco importa che le Torri Gemelle siano state abbattute da terroristi ben vestiti e, almeno apparentemente, integrati in Occidente, il diverso sarà sempre il primo sospettato. Ma la mancanza di un nemico ben definito porterà poi ad allargare i cerchi concentrici del sospetto, arrivando a diffidare dei musulmani tutti, barbuti o meno che siano. Il kebabbaro turco sotto casa non può che essere uno zelante carnefice del fondamentalista islamico siriano; sono islamici.

Un romanzo molto bello sull’abitudine quotidiana al terrorismo è Animator, di Andrej Volos. La Russia convive con il terrorismo, in particolare quello ceceno, da molto tempo e Volos ce lo ricorda. Nel suo libro l’autore mostra come dietro al terrorismo ci siano molti interessi, anche da parte di chi quel terrorismo combatte. Il protagonista del libro estrae “l’essenza” dei morti, ma, come viene svelato, è un bluff fondato sui ricordi di chi ha conosciuto il morto. Antesignano dei media odierni l’animator crea il ricordo che la società conserverà dei suoi morti; gli eroi sono tutti giovani e forti… I militari vanno oltre, vogliono che gli animator lavorino con i vivi, leggendo la loro mente per sventare potenziali minacce.

Un libro non troppo lontano dalla realtà se, come sembra, i servizi segreti americani si sono specializzati nella creazione di “aspiranti terroristi”, vale a dire proprio potenziali minacce. Lontani dal voler dire che il terrorismo islamico è frutto dell’occidente, posizione snob e velleitaria, possiamo tuttavia vedervi l’incontro di un certo islam con la globalizzazione, una ricerca della purezza del passato che tuttavia non può prescindere dalla modernità. Nel libro di Volos gli intrecci tra terrore e denaro sono evidenti – quasi che i terroristi e chi li combatte non possano vivere in maniera autonoma – dando uno spaccato del quotidiano russo davanti al terrore, con un rimando diretto alla tragedia del teatro Dubrovka.

Quotidiano russo, anzi sovietico che emerge anche da un altro libro: Nato in URSS di Vasile Ernu. Con un ritmo in crescente l’opera di Ernu lancia un messaggio semplice ma importante, ossia che l’Occidente non ha nulla da insegnare a chi ha vissuto l’Unione Sovietica. Questo libro non parla di terrorismo ma ha invece a che fare con l’assenza di analisi e l’incapacità di giudizio dei crociati. L’URSS era solo una facciata dietro alla quale brulicava la vita, totalmente diversa, di milioni di persone. I cittadini sovietici hanno fatto grande scuola di democrazia quando diverse famiglie condividevano l’uso del bagno. Senza democrazia la vita sarebbe stata impossibile. Il libro di Ernu prosegue nello sviscerare il quotidiano sovietico, dando anche varie ricette care agli alcolisti sovietici, sempre con un certo rimpianto davanti al nulla, insensato, di un pianeta globalizzato.

Oggi siamo abituati ad avere tutto, anche l’esclusiva sulla paura, ma soprattutto siamo troppo abituati ad esigere il riconoscimento di essere nel giusto, con i ringraziamenti di molti diretti interessati. Forse il terrore non è poi così centrale nella vita di ognuno di noi, nonostante il bombardamento mediatico.

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