I khmer krom sono una minoranza di etnia khmer residente in Vietnam. La loro esistenza rappresenta una questione mai del tutto risolta tra i due paesi del sudest asiatico. I khmer krom sono infatti presenti nel Vietnam meridionale, la regione dove si trova anche la fu Saigon (oggi Ho Chi Minh City), in un territorio un tempo appartenente all’Impero Khmer, predecessore dell’odierna Cambogia. Questo gruppo etnico ha recentemente tenuto, per le strade di Phnom Penh – la capitale cambogiana – una mobilitazione dal sapore antivietnamita durata tre giorni. L’iniziativa ha lasciato dietro di sé una serie di polemiche e di spunti di riflessione, che proveremo qui ad illustrare.

Le proteste, a cui hanno partecipato circa 500 persone, hanno avuto origine dalle dichiarazioni di un diplomatico vietnamita, Trung Van Thong, il quale avrebbe dichiarato che la regione della Krom Kampuchea (nota come Cocincina) sarebbe appartenuta al Vietnam anche prima della sua inclusione nel Vietnam del Sud, avvenuta nel 1954 su inziativa delle potenze coloniali. La regione è stata meta di insediamento vietnamita arrivato a compimento nel XVII sec. ma iniziato diverso tempo prima, venendo infine assorbita dall’impero coloniale francese nel 1859. A quell’epoca i khmer krom erano ancora la maggioranza della popolazione.

Le rivendicazioni cambogiane non si sono mai sopite, al punto che, proprio per la conquista della regione, il regime di Pol Pot lanciò disastrosi attacchi contro il Vietnam, conclusisi con l’invasione della Cambogia ed il crollo dello stesso regime dei khmer rossi. Oggi le associazioni che tutelano i diritti dei khmer krom lamentano che le autorità vietnamite attuino politiche contro questa minoranza, ledendone i diritti e sottostimandola nei censimenti, discriminandola inoltre dal punto di vista religioso, pur essendo entrambe le popolazioni buddhiste: di scuola theravada i khmer krom, di scuola mahayana (o cattolici) i vietnamiti. Al centro delle polemiche il rogo di una bandiera vietnamite durante le manifestazioni, da cui le proteste ufficiali delle autorità del Vietnam.

Se da un lato viene spontaneo chiedersi quanto oggi possa ancora pesare l’astio che tradizionalmente separa cambogiani e vietnamiti, dall’altro molto interessante il fatto che a bruciare la bandiera sia stato un monaco buddhista, di cui si conosce anche il nome: Seung Hai. Le reazioni degli organizzatori della tre giorni di mobilitazione nei confronti del gesto del monaco sono state assolutamente negative. Thach Setha, uno dei leader di Khmer Kampuchea Krom Community ha dichiarato che il monaco non apparteneva al loro gruppo, mentre Chum Huot, membro di Khmer Youth Empire – uno dei 13 gruppi giovanili aderenti – sostiene che il gesto non aveva l’approvazione degli altri partecipanti alla protesta.

Khmer Kampuchea Krom Community è attiva sulla scena politica cambogiana essendo legata all’opposizione del CNRP. Il gruppo avrebbe inoltre forti legami con gli Stati Uniti, paese dove la diaspora dei khmer krom è particolarmente numerosa, facendo inoltre parte del Partito Radicale Transnazionale. Il fatto che l’incidente relativo alla bandiera vietnamita sia avvenuto a poca distanza dall’accordo tra governo ed opposizione potrebbe significare un segnale contrario alla “pacificazione” della vita politica cambogiana, in un momento in cui diversi attori internazionali potrebbero essere interessati alle scelte della Cambogia specialmente in politica estera, soprattutto riguardo l’acceso scontro tra Vietnam e Cina. In ogni caso per il momento il sito di Khmer Kampuchea Krom Community è aggiornato al 13 agosto, giorno precedente il rogo della bandiera.

Tornando invece a Seung Hai siamo in presenza di un tema molto interessante, ossia la presenza nel sudest asiatico di monaci buddhisti radicali, fenomeno che ha le sue punte in paesi come la Birmania e lo Sri Lanka, che come la Cambogia seguono la dottrina buddhista theravada. Questa scuola è protagonista da tempo di un processo di rinnovamento che potremmo sintetizzare con la frase “riforme nella tradizione”. Senza addentrarci in difficili campi dottrinari possiamo vedere come questa scuola tenti di adattarsi al mondo moderno sviluppando tematiche come il riformismo, l’ambientalismo e l’impegno sociale. Forse qui va ricercata l’origine della radicalizzazione di certi monaci, accompagnata da un ritorno alle radici in stile neotradizionalista.

L’esigenza di recuperare le proprie radici, senza tuttavia estraniarsi dal mondo moderno potrebbe essere spunto per un ardito parallelo tra buddhismo ed islam, due religioni che devono confrontarsi con il mondo moderno rappresentato dalla globalizzazione. Quale posto ha un modello di vita, fondato su valori religiosi, in un mondo dominato dai rapporti economici e dagli affari? La ricerca di sicurezza, accompagnata dal rifiuto del cambiamento, potrebbe accomunare buddhismo radicale e fondalmentalismo islamico, entrambe alle prese con la giustificazione dei mezzi (basti citare il narcotraffico di Al Qaeda nel sahara) in vista della difesa del fine: la visione tradizionale della vita.

Come se non bastasse a complicare le cose c’è il nazionalismo, spesso molto presente in Asia. L’ASEAN sta affrontrando un processo di integrazione tra i suoi membri, qualcosa che ricorda gli sviluppi dell’Unione Europea, che potrebbe rendere insicure molte componenti sociali. Come in Europa anche nel sudest asiatico il rifugio nel nazionalismo, se non nel localismo, potrebbe essere una pericolosa risposta ai cambiamenti in corso.

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