La figura del samurai è forse l’immagine che più facilmente, insieme ai kamikaze, viene associata al Giappone. Spesso, tuttavia, siamo abituati a leggere realtà diverse attraverso le lenti deformanti della nostra tradizione culturale, rischiando di creare veri e propri falsi miti, cosa abbastanza frequente quando si parla di oriente. Buddhismo, reiki, medicina cinese sono solo alcune realtà asiatiche approdate in occidente e diventate “vittime” di un certo “fanatismo”. Probabilmente la ricerca di un elemento salvifico, tema presente in tutta la storia culturale occidentale, è uno degli elementi che più allontana dalla comprensione dell’oriente e della sua complessità.

Anche i samurai sono stati spesso oggetto di questa trasfigurazione, al punto da farli diventare una sorta di supereroi ammazza tutti, quasi usciti da un videogioco. A ricalibrare la loro l’immagine un libro molto interessante: Il samurai solitario, biografia di Myamoto Musashi scritta da William Scott Wilson. Musashi è stato forse il più famos0 samurai della storia giapponese, vincitore di oltre sessanta duelli – il primo a soli tredici anni – ed autore di un importante libro di strategia, vale a dire Il libro dei cinque anelli. Ma Musashi fu anche molto altro, soprattutto nella seconda parte della sua vita, dedicandosi alla meditazione, allo zen nonché ad arti quali pittura e calligrafia.

Un personaggio quindi molto lontano dal samurai guerriero molto amato in occidente. Certo la vita di Musashi fu violenta, uccise diverse persone, ma fu sempre accompagnata dalla ricerca di qualcosa di più profondo, proprio l’opposto di una cultura occidentale sempre più lontana dalla riflessione e sempre più schiava dell’apparenza e della superficialità. Non è un caso che in Italia la cultura samurai sia stata molto amata negli ambienti neofascisti, ossia in un settore di popolazione obbligato a riflettere, sulla propria sconfitta. La lettura politica dei samurai, influenzata anche dall’”uomo indifferenziato” di Evola, ha inoltre aggiunto un certo mito del superuomo molto lontano dal vero, almeno secondo quanto scrive Wilson.

Quello che emerge dalla biografia di Musashi è invece la capacità del samurai di essere persona comune, di essere in empatia con tutto l’esistente circostante. La violenza è solo uno strumento, nemmeno il più importante, usato quando assolutamente necessario ai fini della sopravvivenza. Quella di Musashi potrebbe essere vista come la metafora della lotta nella banalità del quotidiano. Impiegati, operai, casalinghe e studenti, tutti potrebbero in un certo senso essere dei samurai, dato che quello che conta è la cognizione del tutto, di cui la lotta è solo un singolo aspetto. Una sorta di “rivoluzione” in camicia, costante e quotidiana, lontana millenni culturali dai proclami e dalle parole d’ordine.

Il grosso rischio nel mitizzare i samurai è quello di guardare il dito e non la luna, dando sfogo alla repressione nella ricerca di un vendicatore che faccia giustizia dei torti. Senza una profonda riflessione su noi stessi saremmo sempre in balia delle nostre pulsioni, arrancando incapaci di afferrare il senso dell’esistenza; perché noi esistiamo anche se spesso ce lo dimentichiamo. Il Musashi di Wilson è pronto a ricordarcelo, la Via non è nell’individuo come non è nella massa, a rischio di disumanità il primo e di populismo la seconda. Il giusto cammino del samurai, e di tutti, sta nella piena comprensione di sé stessi, senza mai scordare il contesto in cui si è inseriti. Solo così si potrà arrivare alla vera conoscenza, vincendo la battaglia più importante.

Fonte immagine Wikicommons

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