Nomadi e sedentari, elogio della Guerra fredda

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Un nomade mongolo – Fonte wikicommon

Quello tra popolazioni nomadi e civiltà sedentarie è uno dei paragoni più utilizzati per indicare differenze insormontabili. Cosa può unire dei temibili cacciatori a dei pacifici agricoltori? Apparentemente nulla e la storia sembra insegnarlo, spesso infatti ci racconta di sanguinari attacchi che dalle steppe arrivano a saccheggiare città e villaggi, in un ciclo apparentemente senza fine. In un libro davvero interessante, The perilous frontier, l’antropologo americano Thomas J. Barfield prova ad andare più a fondo nei rapporti che legano dei nemici apparentemente inconciliabili, concentrandosi sulla frontiera settentrionale della Cina.

L’autore traccia un’appassionante storia delle relazioni tra gli imperi nomadi e la Cina dal 221 a.c. ed il 1757, vale a dire dalla fondazione della dinastia Qin fino alla sconfitta definitiva del popolo degli zungari. La tesi di Barfield è molto avvincente, ossia che i rapporti tra nomadi e sedentari sono talmente intrecciati che solo la stabilità degli uni può rendere forti gli altri. Le confederazioni delle steppe avevano infatti tutto l’interesse a contrapporsi ad imperi cinesi solidi, ai quali estorcere condizioni vantaggiose in cambio della pace alle frontiere; in caso contrario scorrerie a cavallo avrebbero ricordato ai reggenti cinesi cosa significava avere dei turbolenti, nonché mobili, nemici. Da parte loro i cinesi vedevano nei tributi ai nomadi un notevole risparmio rispetto a spedizioni punitive e campagne di conquista.

Barfield compone un vero e proprio teorema di ascesa e caduta di confederazioni e dinastie, con le periferiche tribù mancesi che diventano protagoniste quando nomadi e sedentari sono in un periodo di transizione. L’autore narra le vicende con il puntiglio dello storico e l’analisi dell’ antropologo, affrontando la questione da molteplici punti di vista. Uno degli aspetti più importanti che emerge dalle pagine del libro è l’esistenza di una “soglia da non varcare”, ossia una porzione di territorio oltre la quale nessuna delle due parti aveva interesse ad una conquista permanente. Caso particolare, in questo tacito accordo, furono le conquiste di Gengis Khan, dovute alle peculiari vicende della sua ascesa. Dopo di ciò le vicende alla frontiera settentrionale cinese si faranno più intricate.

A complicare le cose vi è la modifica della realtà in cui si colloca l’incontro-scontro tra nomadi e sedentari. L’invenzione della ferrovia, il mutare dei commerci, la comparsa dell’impero russo sempre più presente nella regione, fanno da sfondo alla fine dell’ultimo grande “impero delle steppe”, quello degli zungari. Questo ci porta all’epoca contemporanea ed a temi a noi più vicini come il ruolo della Mongolia, una sorta di cuscinetto tra Russia e Cina, oppure come alle dinamiche secondo le quali la Guerra fredda è stata un fattore di stabilità internazionale. Barfield certo non se ne occupa, tuttavia le sue teorie applicate alla contemporaneità potrebbero rivalutare l’esistenza di blocchi contrapposti, facilmente identificabili, di fronte al caos di una scena internazionale priva di forze egemoniche.

Certo le relazioni tra stati non possono essere cristallizate, tuttavia mai come oggi si sente la mancanza di un orizzonte geopolitico chiaro, dove le pedine sulla scacchiera sono posizionate senza troppi ragionevoli dubbi. Un contesto in cui ad azione corrisponde reazione, in un calcolo delle possibilità rischioso, ma certo meno pericoloso della presenza di schegge impazzite vaganti sul palcoscenico delle relazioni internazionali. Come ogni buon storico sa non esistono effetti senza cause, il che rende le schegge impazzite meno pazze, tuttavia un quadro confuso rende tutto più difficile.

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