Patacara, un’eroina buddhista

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Patacara di fronte al Buddha

Quella di Patacara è una delle figure più conosciute della tradizione buddhista (descritta nel Canone Pali), la sua storia ricorda come il buddhismo possa alleviare anche le sofferenze più grandi, permettendo “il superamento” del dolore della vita quotidiana. Sebbene esistano diverse versioni delle vicende di Patacara, tutte sono incentrate sulla perdita degli affetti più cari e sull’incontro con il Buddha, che cambiò per sempre la vita della donna divenuta poi una bhikkhuni, (in lingua pali una monaca pienamente ordinata secondo la dottrina buddhista), salvandola dalla sua follia e conducendola sulla via dell’illuminazione.

Tutto ha inizio ai tempi in cui visse il Buddha (circa VI secolo A.C.), nella città indiana di Savatthi, importante centro commerciale di collegamento tra Ujjain e Rajagaha. Patacara è figlia di un ricco mercante e ragazza di grande bellezza. Seguendo le rigide norme tipiche della società in cui la famiglia viveva, il padre le organizza un matrimonio con un uomo della stessa classe sociale, secondo alcune fonti la ragazza sarebbe stata addirittura chiusa in casa affinché non conoscesse nessun uomo se non quello scelto dalla famiglia. Tuttavia il destino aveva altri piani per Patacara.

La ragazza si era infatti innamorata di uno dei servi di casa, un coetaneo col quale era cresciuta, suo antico compagno di giochi. Un amore cresciuto con il tempo, che rendeva l’idea del matrimonio combinato per Patacara insostenibile. I due giovani amanti misero quindi a punto un piano ed una notte scapparono insieme per raggiungere il villaggio di lui. Anche qui le fonti divergono leggermente sulle modalità della fuga, ma resta il fatto che Patacara iniziò una nuova vita, presumibilmente felice, fino a quando non rimase incinta, circa un anno più tardi. Prossima al parto la futura mamma chiese all’amato, sposato nel frattempo, di accompagnarla dai genitori per partorire in loro presenza.

Il marito spaventato dalle possibili reazioni della famiglia di cui era stato servo rimandò sempre più la partenza, ma Patacara decise di partire da sola. Il marito non trovandola più in casa si pentì e la rincorse ma lei aveva già partorito lungo la strada. Nato il figlio, a Patacara passò la voglia di tornare dalla sua famiglia e la coppia rientrò al villaggio. Passato un altro anno la scena si ripete, Patacara rimane incinta, il marito indugia sulla partenza e lei parte di nascosto, portandosi dietro anche il primo bambino. Lungo il tragitto scoppia un forte temporale ed il marito corse a cercare la donna, che gli chiese di costruire un riparo per lei e per i figli. L’uomo si allontanò per cercare rami da tagliare, ma senza fare ritorno.

Finito il temporale Patacara si mise alla ricerca del marito, trovandolo morto, avvelenato da un serpente. Disperata, la donna decise di proseguire verso il villaggio dei genitori, finendo anche questa volta con il partorire lungo la strada. Continuando il tragitto il terzetto arrivò al fiume Aciravati in piena a causa delle forti piogge, per superarlo la donna decise di far attraversare un figlio alla volta. Lasciato il figlio più grande sulla riva, la donna guadò con il piccolo ma, una volta poggiato a terra, questi venne afferrato da un falco che se lo portò via. Le urla della madre fecero entrare l’altro figlio nel fiume, dove troverà la sua fine (secondo alcune fonti travolto dalla corrente dell’acqua, secondo altre anche lui preda di un falco). Fatto sta che Patacara, disperata, continuò il suo viaggio verso il villaggio natale.

Incontrato un viandante di Savatthi la povera donna chiese informazioni della famiglia, ma la risposta non fu certo quella voluta. L’uomo difatti informò Patacara della morte dei familiari a causa del temporale, indicando del fumo (secondo alcune fonti quello delle rovine fumanti della casa dei genitori, secondo alcune altre quello della pira funebre). In ogni caso Patacara impazzì vagando selvaggia tra i boschi, nuda dopo essersi strappata i vestiti. E in alcune versioni della vicenda anche prendendosi qualche sassata dal viandante. Patacara in stato ormai di follia giunse a Jetavana, dove si trovava il monastero del Buddha, rimasto bloccato in quel luogo dalle forti piogge ed impegnato nell’insegnamento del Dhamma (la verità o il Dharma) ad una grande assemblea di persone.

Come il Buddha vide Patacara al cancello del monastero, nuda e sporca, la chiamò a sé. Immediatamente la donna smise di parlare da sola e avanzò verso di lui, sebbene la folla di persone stesse cercando di dissuadere l’Illuminato dal farla avvicinare. Il Buddha ordinò quindi che la folle fosse portata alla sua presenza, chiedendole quindi di tornare alla ragione; Patacara riacquistò subito tutti i suoi sensi, vergognandosi per la sua nudità e chiese aiuto al suo salvatore raccontandogli le tristi vicende che l’avevano portata alla follia. Come risposta il Buddha diede a Patacara la sua prima illuminazione spiegandole che tutti gli essere viventi sono destinati alla morte, senza rifugio o protezione che possano salvarli.

A questo punto Patacara chiese al Buddha di diventare monaca, venendo quindi condotta tra le bhikkhunis ed ordinata dal Buddha stesso. Un giorno, nel monastero, Patacara giunse alla piena illuminazione guardando dei rivoli d’acqua, alcuni più lunghi di altri proprio come la vita delle persone. Da quel momento Patacara, ormai risvegliata, passò tutto il suo tempo con le altre persone, confortandole ed insegnando la retta via. La donna divenne quindi un punto di riferimento per la Vinaya, le regole di condotta monastica, venendo spesso ritenuta la controparte femminile del monaco Upali. A questo proposito va detto come il buddhismo possiede una vera e propria raccolta dei raggiungimenti spirituali delle donne che professano questa religione, ossia il Therigatha.

In merito alle varie versioni va detto che molte divergono su singoli aspetti, ad esempio se la figura di Patacara sia riconducibile alla dottina Theravada oppure Mahayana, tuttavia ne esiste una abbastanza differente da quella sopra descritta. Fonti cinesi infatti riportano uno svolgersi delle vicende in cui il marito non viene citato, i due figli sono più grandi al momento dell’attraversamento del fiume e quello minore viene mangiato dai lupi. La versione cinese risulta inoltre più lunga con una Patacara prima sposa di un giovane e ricco braminico che una volta, non potendo la moglie aprire in quanto partoriente, sfonda la porta di casa, afferra il nascituro e lo cuoce, facendolo poi mangiare alla moglie minacciando di frustarla. Patacara quindi vaga per i boschi fino a quando non incontra un ricco giovane che la nota e, dopo poco, decide di farla diventare sua moglie. I due si innamorano ma lo sposo muore di malattia e lei, secondo le usanze, viene sepolta con lui.

Questa versione della storia è davvero ricca di avvenimenti in quanto, una volta sepolta, Patacara viene liberata da una banda di ladri attirata dalle ricchezze della tomba, con la donna che diventa poi la moglie del loro capo. Quando il ladro viene arrestato e decapitato i suoi compagni ne trafugano il cadavere, seppellendolo con Patacara che questa volta viene salvata, tre giorni dopo, da un branco di lupi. Tornata libera, secondo la versione cinese, la sfortunata donna comprese, da sola i principi del buddhismo in merito alla sofferenza della vita e divenne monaca.

Quale che sia la realtà delle vicende di Patacara questa resta una storia altamente istruttiva, insegnata ancora oggi e molto amata tra i buddhisti.

Immagine tratta da buddhistpage.com

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