Il morso di Suarez ed i giornalisti abusivi

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CSI – Linea gotica

In Italia il calcio ha un ruolo particolare, il senso d’appartenenza dell’italiano (medio) si manifesta a livello locale, mancando forse un “amor di patria” che riporta direttamente al grande tema dell’unificazione italiana, da più parti ritenuta incompiuta se non addirittura inesistente. Eppure ogni quattro anni la nazionale di calcio compie il miracolo e l’Italia sembra una, sebbene non indivisibile. Ma torniamo a quel morso, nel corso di Italia-Uruguay, quando l’uruguaiano Suarez si lascia andare al suo “vizietto” facendo esplodere le contraddizioni di un intero paese: l’Italia.

Il primo a dare grande prova di italianità è stata la vittima del morso, il giocatore Chiellini. Lo stesso calciatore, la cui convocazione suscitò polemiche relativamente alla sua “condotta etica”, di colpo si tramuta in vittima (dopo una plateale simulazione fatta nella stessa partita) e si lancia verso l’arbitro mostrando la spalla morsicata. Nel calcio le botte si prendono e si danno, alcuni giocatori nemmeno si lamentano ma picchiano sodo. Invece da buon italiano (medio) Chiellini non accettando il giudizio dell’arbitro – metafora della giustizia – compie una sceneggiata per attirarne i favori. Tuttavia dopo qualche giorno Chiellini perdona l’avversario, dando alla vicenda un tocco di cattolicesimo ipocrita, che in Italia non guasta mai.

Dopo la partita a dare il meglio di sè sono invece i giornalisti sportivi, che partono in una crociata pro domo mea alla faccia del loro compito, raccontare i fatti. Il giornalismo sportivo è un buon esempio del giornalismo italiano. Il ruolo del giornalista dovrebbe essere informare, al limite suggerire riflessioni, mentre oggi sembra che questa categoria abbia assunto il diritto di dire tutto quello che gli passa per la testa, limitando la sua analisi dei fatti alla dicotomia amico-nemico che tanto bene si confà al tifo calcistico, ma quello becero e non certo quello di chi ama il calcio ben giocato. Grande segno d’italianità la caccia al colpevole che si è aperta subito dopo la fine della partita in questione, una volta esclusa la nazionale italiana dalla competizione.

L’arrogarsi il diritto di esprimere le proprie opinioni è grandemente favorito dall’esistenza dei social network, vere e prorpie piazza telematica dove tutti possono sputare sentenze ma soprattutto stare nell’anonimato, che anonimato non è. La rete, dopo Italia Uruguay, si è in breve tempo tramutata in una sequela di insulti a Suarez da parte di persone convinte di essere coperte dall’anonimato del web, ma su Facebook ci sono spesso nomi e cognomi (il loro essere veri o fittizi è tema molto interessante in merito all’identità in rete). Quindi persone che insultano anche pesantemente schermate da un presunto anonimato ma mettendoci la faccia e pure i dati. Un vero e prorpio cortocircuito tra reale e virtuale.

In Italia le leggi esistono ma non vengono applicate, molto più proficuo sostenere che tutto vada cambiato (riformato) invece di curarsi dell’esistente. Un intero paese che si fonda sull’aggiramento delle leggi, non si spiega altrimenti come nel mondo virtuale persone identificabili come reali possano dire e fare cose perseguibili penalmente nel mondo, appunto, reale. La rete va dunque regolata? Se la gente non sa usare la sua libertà le leggi antiweb sono giuste? Questo il grosso tema, visto che oggi il livello di consapevolezza generale è talmente basso che la censura potrebbe essere salutata come un giusto buon senso che riporta ordine. E siamo alle recentissime leggi relative al giornalismo italiano ed all’iscrizione al famigerato Albo dei giornalisti, da più parti criticate in quanto antidemocratiche.

Sono state infatti inasprite le pene per coloro che fanno giornalismo “abusivamente”, ma cosa significa abusivo in questo caso? Significa non iscritto all’Ordine dei giornalisti. In sè la notizia non ha molto interesse, l’Italia ha tra gli indici europei più bassi per quanto riguarda la libertà di stampa e questa legge sembrerebbe una regolamentazione interna al mondo del giornalismo, una sorta di “sindacalizzazione” forzata, o forse qualcosa che riguarda più le corporazioni di fascista memoria, dove l’irregimentazione era la norma. Tornando alla logica amico-nemico oggi l’irregimentazione è nel giornalismo stesso, al punto che questa nuova legge non fa che certificare uno stato di fatto.

Il sistema di remunerazione delle testate non permette a nessun giornalista di essere contro la linea editoriale di riferimento, semplicemente perchè tale linea non c’è. Risulta essere molto più importante il numero di visite alle pagine web del giornale, si badi bene visite e non letture. Quindi un giornale usa delle tette per attirare lettori che non leggono, ma servono in ogni caso per attirare sponsor che investono in pubblicità, ed il giornale mette ancora più tette. Cosa viene scritto non importa, anzi la scrittura è controproducente: il tempo necessario a leggere un articolo basterebbe per cliccare dieci paia di tette. Ovviamente stiamo estremizzando, ma la monetizzazione delle tette, ossia il pagamento a click e non a lettura, produce un abbassamento del livello culturale che tocca i giocatori, i giornalisti e gli utenti dei social network.

Le nuove leggi sui giornalisti “abusivi” potrebbero essere viste, come detto, antidemocratiche, ma il gioco democratico presuppone partecipazione altrimenti diventa populismo, se non peggio. Putroppo un basso livello culturale porta ad esprimersi secondo gutturali consensi al leader di turno, piuttosto che secondo analisi e riflessioni, le stesse che il giornalismo dovrebbe proporre. Eppure tali leggi hanno qualcosa di positivo, se così si può dire. Impongono finalmente agli aspiranti giornalisti di scegliersi la parte dietro la linea gotica, senza l’ipocrisia di voler lavorare a modo proprio in un ambiente marcio. Queste leggi permettono ormai di identificare l’intera classe dei giornalisti come complice di un sistema profondamente sbagliato che si perpetua in maniera autoreferenziale. In fondo non è che lo svelamento dell’ideologia imperante, spogliata della sua ipocrisia, senza la caduta nell’errore (altrui) di usare lo schierarsi come una negazione della complessità del reale.

Il problema ìn Italia è il giornalismo stesso, il suo vendersi al miglior offerente, il suo attirare persone senza ideali in cerca del posto fisso qualunque sia, non è lo status imposto ai giornalisti. I giornali non vengono letti, sono strumenti vecchi che rincorrono, con le tette, una modernità che non li riguarda più. Oggi le energie e l’innovazione sono altrove, nei blog, nel giornalismo indipendente, in chi si spacca la schiena per potersi permettere di dire qualcosa, qualcosa che conosce. I giornali sono solo delle cittadelle dove si trincerano persone che tentano di aggrapparsi al potente di turno, chiunque esso sia, pur di non dover accettare di essere dei falliti. Il vero, grosso, enorme problema è che lo scempio culturale del paese rende questo giornalismo un faro, dove tutti possono sentirsi italiani odiando il Suarez di turno, salvo cambiare nemico al prossimo ordine impartito.

Cosa significa essere giornalisti oggi? Come cambia questa professione con internet? Come si diventa giornalista professionista, ossia quali sono in Italia i canali d’acceso al mondo del lavoro? Tutte domande alle quali non si vuole nemmeno provare a dare risposte, dato che pensare fa perdere tempo. Ma tempo per fare cosa? Come la biblioteca di Sarajevo un intero paese sta bruciando, nelle fiamme della sua ipocrita vanità.

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