Torniamo a parlare di un tema già affrontato su questo blog: quello del suicidio. Lo facciamo con un libretto che vuole essere di approfondimento, Manuale per suicidi. Come, dove, quando e perché, forse un testo non troppo leggero ma dove non manca una certa amara ironia. Questa tematica, che esula del tutto dagli argomenti classici trattati su Farfalle e trincee, ci affascina, sia da un punto di vista filosofico che sociologico. Togliersi la vita è un gesto estremo, a volte creduto liberatorio ed a volte addirittura imposto. Presso diverse antiche civiltà alti dignitari colpevoli di reati quali il tradimento, oppure nemici di rango elevato, venivano spinti al suicidio di modo che fossero loro stessi a togliersi la vita.

Nel libretto, di cui segue un estratto, si vuole invece mettere in luce l’assurdità del suicidio nella società civilizzata di oggi. Si parla spesso di crisi di valori, ma sarebbe più corretto parlare di demitizzazione. Il sistema in cui viviamo ha la capacità di assorbire tutto quello che ritiene un pericolo oppure, per dirla alla cinese, una possibile disarmonia. La dissacrazione come strumento di controllo: le culture che rigettano l’esistente, come fu il caso del punk, vengono ingerite e risputate sotto forma di mode.

Lo stesso vale per il suicidio, un atto incomprensibile nella realtà odierna. Oggi uccidersi sembra una follia, tutto è acquistabile quindi perché soffrire? Forse il suicidio resta una delle poche cose vere nella società, sempre più virtuale ossia falsa, in cui viviamo. La morte è il grande tabù, non se ne deve parlare a meno che non in forma di spettacolo. Una grande fetta del mercato vive proprio di esorcismi contro la morte: creme ringiovanenti, elisir di lunga vita e molto, molto altro. Per non parlare poi dei mezzi di informazione per i quali la morte produce pubblico.

Tuttavia il suicidio, e la morte, sono virtuali solo per chi non li vive in prima persona, questione sempre più difficile da capire in una realtà atomizzata. Il “potere” ha sempre più trasformato le persone in individui, incapaci di considerarsi in un contesto di cui fanno parte altri esseri umani. Senza considerare ciò sarebbe incomprensibile la disumanità che serpeggia nelle società urbane ritenute civilizzate. Solo come esempio basi pensacre a come in ogni tragedia ci siano videocamere che riprendono, meglio se con qualche morto sullo sfondo. Quello che il Manuale per suicidi tenta di fare, probabilmente senza troppo successo, è di creare un detournament che renda paradossale l’idea stessa del suicidio, usando le stesse tecniche – ma di segno opposto – del “sistema”.

Inutile parlare oltre, ecco qualche riga del libretto, acquistabile a prezzo davvero esiguo. Per comprarlo cliccate qui. Di seguito uno stralcio dell’introduzione:

“Nel corso della vita molte persone, forse la maggior parte, prima o poi pensa alla morte ed in particolare almeno una volta riflette su come andarle incontro. Nonostante quello che possa sembrare togliersi la vita non è facile, paradossalmente morire non è da tutti, e farlo in modo efficace lo è ancora meno. Spesso il suicidio è un mezzo per raggiungere degli obiettivi, anche molto diversi tra loro. C’è chi si vorrebbe suicidare per amore, chi per problemi lavorativi ed anche chi lo farebbe per una sorta di insoddisfazione generale, rimanendo tra le motivazioni più comuni e meno ideologiche. Per quanto possa sembrare strano nel corso della Storia, il suicidio è stato anche uno strumento di resistenza, quando non di attacco, vera e propria arma usata in battaglie politiche e sociali. Esiste poi anche una forma di suicidio filosofico, come nel caso del Kirillov di Dostoyevsky che si uccide per dimostrare la non esistenza di Dio e l’assoluto libero arbitrio dell’essere umano. Ma tralasciamo questa forma di morte volontaria in quanto ci porterebbe troppo lontano (e troppo vicino), obbligandoci a fare distinzioni tra le varie forme di disperazione, attive o passive che siano, perdendo di vista quello che qui ci interessa: il beau geste”.

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