In ogni viaggio che si rispetti la musica è una componente fondamentale del viaggio. Ci sono canzoni adatte a certi stati d’animo, a certe fasi della vita ed esiste musica adatta a certi luoghi. Nel corso del mio viaggio in Asia alcuni cantanti da me amati in Italia mi sono sembrati non comunicarmi quasi nulla, mentre altri hanno progressivamente scalato le mie classifiche personali, il tutto in un contesto dove la musica era onnipresente, a volte quasi invadente.

Il cd da me più ascoltato è stato Tambour et Soleil dei La Souris Déglinguée, band francese già affrontata altrove. Questo album è una vera e propria celebrazione della Storia asiatica, dove il leader dei LSD, Tai-Luc esprime al meglio la sua passione per il Sud-Est asiatico (e non solo), da lui studiata in chiave antropologica e linguistica. Dai Vietcong che cambiano nome a Saigon ad un’attrice cambogiana in fuga dal regime di Pol Pot, dai soldati del Kuomintang alle prostitute thailandesi. Tambour et Soleil, con musiche che spaziano tra rock e ska, rappresenta un punto fermo imprescindibile per chiunque voglia avvicinarsi a questa parte di mondo, restandone ammaliato dalla Storia e dalla bellezza.

Al secondo posto si piazza un gruppo americano, e più precisamente del North Carolina vale a dire i Rebel Son. Questa band suona un southern rock vigoroso e trascinante, trattando temi tipici della cultura redneck: le sbronze, le donne, i guai; sempre con l’amata Confederazione a fare da sfondo alle vicende dei protagonisti delle canzoni. In questo caso parliamo dell’album All my demons, dal titolo assolutamente esplicito. Per quanto possa sembrare distante dall’Asia e dalla sua cultura il southern rock dei Rebel Son si è rivelato perfetto per i lunghi spostamenti in pullman (spesso dieci ore e più). Guardare un tramonto sul deserto del Xinjiang con nelle orecchie le parole d’addio di un soldato sudista che parte verso l’ignoto della guerra di secessione, può essere un’esperienza indimenticabile.

A completare questo podio un gruppo italiano, gli Ianva ed il loro ultimo lavoro: La mano di gloria. La band genovese torna ad un neo-folk marziale, attraverso un concept album ambientato in un futuro prossimo e non certo allegro. Le vicende di un gruppo di cospiratori sono rese in maniera titanica, come tipico degli Ianva, già protagonisti del capolavoro Italia ultimo atto, e si sono rivelate compagne di viaggio instancabili. Nei momenti più duri gli Ianva sono stati dispensatori di energia, voglia di riscatto e portatori di una visione delle cose più “alta”, utilissima a superare le fatiche ed i piccoli (non sempre piccoli in realtà) fastidi del viaggio. Inoltre la marzialità del suono ben si è abbinata ad un’Asia dalle travagliate vicende storiche, luogo dove il passo dal sorriso al coltello (come dice un saggio) si rivela essere estremamente breve.

Come detto la musica è stata onnipresente nel viaggio. L’Asia è infatti un continente estremamente sonoro, a volte addirittura chiassoso, e senza capire questo si perde un lato molto importante della mentalità asiatica. A volte il rumore è stato davvero eccessivo, come sui pullman notturni laotiani dove gli autisti per tenersi svegli mettono la radio a tutto volume (a volte con della techno improbabile) o nello Yunnan, in particolare Lijiang, dove la musica tradizionale, sempre la stessa, si diffonde interrottamente dai negozi di souvenir, quasi a testimoniare la visione “etnica” che la Cina ha delle sue minoranze. Tornando al Laos va segnalato come la musica in questo paese si discosti nettamente dalla tradizione dei paesi vicini, risultando assolutamente moderna ed interessante.

  Fonte immagine soundcloud.com

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