Siamo tutti thailandesi: colpi di stato e colpi di sonno

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Un programma politico non democratico

In Thailandia è in corso il 24esimo colpo di stato in 82 anni, probabilmente un record. Facile etichettarlo come l’ennesimo scoppio di violenza in un paese del terzo mondo, dove la democrazia e la civiltà non son ancora arrivate. Ed invece no, questo colpo di stato non è così lontano come potrebbe sembrare, e soprattutto la Thailandia non è terzo mondo. Forse proprio per questo le vicende thailandesi non fanno notizia sui media nostrani, sempre pronti a lasciarsi sfuggire importanti spunti di riflessione inseguendo, invece, lacrime di facile consumo sulla pelle, spesso non bianca, altrui.

Ma cosa succede in Thailandia? Le cose sembrano abbastanza semplici, ossia l’esercito è intervenuto per risolvere una diatriba politica che sta attanagliando da tempo la vita politica thailandese, ossia lo scontro tra rossi e gialli; più legati alle classi popolari e non urbane i rossi, espressione delle classi medie urbanizzate i gialli. I militari hanno deciso che questa contesa durava da troppo tempo e sono intervenuti alla loro maniera, vale a dire arrestando tutti ed imponendo la legge marziale. Quello che risulta particolarmente interessante, più che la composizione sociale delle proteste thailandesi, è la dinamica degli eventi.

I militari hanno subito dichiarato che non si tratta “tecnicamente” di un colpo di stato, ed il dibattito ha preso avvio su questioni quasi legislative, incentrate sul diritto o meno dell’esercito di fare quello che ha fatto. Ben lontana dalle mattanze africane la Thailandia ha ben capito l’importanza dell’audience, di come nel mondo di oggi la regola sia negare, sempre e comunque. Dalla democrazia dello spettacolo allo spettacolo della democrazia, e a rendere ancor più l’idea della tragica farsa il fatto che che la vita quotidiana thailandese scorre, benché più lentamente, senza particolari scossoni.

Le notizie che giungono dal Sud-Est asiatico posso essere un’importante lezione anche per l’Occidente che fu opulento. Lontanissimi i tempi in cui tra colonie e colonizzatori esistevano abissi culturali, oggi la globalizzazione sembra omologare il mondo anche nei colpi di stato. Un paese civile, quindi non parliamo di Africa e paesi musulmani che devono restare dei termini di paragone in negativo, non può permettersi di dichiararsi fuori dal concerto democratico, pena l’inclusione nella lista dei cattivi. Ma cosa significa oggi democrazia, parola abusatissima?

Democrazia significa governo del popolo ma oggi il popolo sembra fare tutto tranne che governare. Manda sms, parla al cellulare mentre guida, si picchia e mette le corna ma non governa. Per contro tutti i governanti o aspiranti tali sono pronti a dichiararsi campioni della democrazia. Nella vita politica di casa nostra in nome della democrazia tutti sono pronti a prendere cariche senza seguire le normali procedure previste dal gioco democratico, salvo poi rivendicare la loro assoluta fede nei principi sempre democratici. Anzi, in nome del popolo, spesso identificato semplicemente nei propri elettori, si dichiara di non potere accettare decisioni altrui. Se però si guarda il tasso di astensionismo elettorale i conti non tornano.

I militari thailandesi hanno rilasciato dichiarazioni esemplari. Ad esempio il generale Prayuth Chan-Ocha ad una domanda circa i rapporti dell’esercito col governo ha risposto semplicemente: “dov’è il governo adesso?”. Per quanto possano sembrare vicende lontane in Thailandia si è davvero costituito un “governo del fare”, ma qui fanno (ancora) sul serio, almeno tecnicamente. Quello che lascia stupefatti è come oggi sia in corso una vera e propria riduzione della democrazia a mero slogan retorico, nell’indifferenza generale, al punto che forse qualcuno che si dichiari infine non democratico rischierebbe di vincere delle democratiche elezioni.

Che alla faccia delle spending review gli eserciti vadano potenziati?

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