Il turismo di massa: identità e controllo

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Il progenitore dell’uomo, forse il primo viaggiatore

 Il viaggio ha sempre accompagnato la Storia dell’uomo, in forme mutevoli con il passare dei tempi. L’essere umano si è messo in marcia sin dalla preistoria, per i motivi più diversi: dal bisogno alla ricerca di nuovi mercati, fino ad arrivare al turismo come inteso perlopiù oggi, ossia un momento di pausa dalle fatiche quotidiane. Ma viaggio significa anche libertà, e molto altro.

Quando una persona viaggia diventa incontrollabile, un elemento estraneo vagante per una comunità più o meno diversa, e la diversità spesso spaventa. Molto più semplice e rassicurante avere un turismo di massa costituito da gruppi organizzati, controllabili e controllati. La cosa mi ha particolarmente colpito viaggiando in Asia dove sembra sia in corso un vero e proprio boom di tour dove i turisti sono intruppati. Luoghi come i templi di Angkor sono assediati da pullman di coreani, cinesi e giapponesi, ma nonostante quello che possa sembrare, ciò per l’economia locale non è sempre un vantaggio. Come mi spiegava un’operatore locale i tour arrivano con già le loro guide ed i loro autisti, togliendo lavoro ai cambogiani impiegati nel settore turistico.

Per il turista che viaggia da solo, la vita rischia di farsi sempre più difficile, ad esempio in Cina sembra abbiano scelto alcune delle attrazioni più turistiche per farne qualcosa di simile ad un luna park, ricostruendo l’antico con una moderna, e retorica, rivisitazione del mito del buon selvaggio. A Yuanyang, dove ci sono le famose e stupende terrazze di riso, i migliori punti di osservazione sono stati chiusi, dotati di ampi parcheggi e forniti di ristoranti e negozi di souvenir. Per trovare i siti turistici non oggetto delle attenzioni governative bisogna invece sudare le consuete sette camicie, col risultato che in nome del controllo dei turisti, e del guadagno immediato, si finisce con lo scempiare un paese stupendo, danneggiando alla lunga il turismo stesso.

Ma turismo significa anche messa in discussione della propria identità. Viaggiando ci si libera del quotidiano, lasciando che una natura diversa, non costretta, emerga. Il problema dell’identità tocca in misura maggiore chi vive stabilimente al’estero, in un eterno limbo tra il rifiuto di accettare che non si potrà mai davvero diventare membri del paese d’arrivo e la consapevolezza di essere ormai diversi dagli abitanti del paese di partenza. Tuttavia anche i turisti si trovano volenti o nolenti davanti a questa problematica. Dare un senso al viaggio, diventa un elemento fondamentale del partire verso altrove, tanto più se ci si dirige in paesi dalle culture profondamente diverse: perché sto viaggiando?

Durante il mio viaggio in Asia ho incontrato orde di ragazzi australiani, inglesi, francesi a prima vista del tutto inconsapevoli del fatto di essere in un paese diverso, facendo una vera e propria “massa”. Spesso le aree della città più frequentate dai backpacker sono piene – ed il pensiero corre ad Ho Chi Minh City – di gente che deve a tutti i costi divertirsi, in un mondo dove la globalizzazione sembra essere sempre più la diffusione del peggio su scala universale. Probabilmente oggi si è perso di vista cosa significhi libertà, vivendola sempre più come un cane a cui sia stato tolto il guinzaglio. Tuttavia anche il disdegno verso questo tipo di turismo può diventare elitario ed arrogante, finendo con lo scegliere sempre la via più tortuosa ed ardua, disprezzando il turista che cerca una qualsiasi comodità; bisogna sempre stare attenti a non confondere chi si ferma stanco del viaggio da chi il viaggio non l’ha mai veramente vissuto.

Questo tipologia di turismo, che si reca nei luoghi dove tutti i turisti si recano, porta grosse contraddizioni. I turisti che “fanno come a casa loro” spendono, incapaci di capire il fatto che un dollaro in un paese povero può significare molto, facendo alzare i prezzi e portando ad identificare anche gli altri turisti come polli da spennare. Vista la loro scarsa attenzione alle culture locali, se non attraverso la lente dell’”etnico”, non fanno troppe domande e non vagabondano in posti inopportuni. Ma il loro atteggiamento lontano dal consueto potrebbe anche essere preso ad esempio dalla popolazione locale, con un forte potere disgregante, senza voler dare a ciò una valenza soltanto negativa. Questo tema è molto sentito in Laos, diventando un problema per i governi locali, come nel recente caso della cittadina di Vang Vieng, dove il governo è dovuto intervenire per fermare una spirale mortale fatta di droghe e sport estremi. Oppure possono al contrario generare tra gli abitanti del luogo un sentimento di repulsa, che potrebbe diventare pericoloso per tutti gli stranieri nel paese.

Anche il viaggio, ed il modo di viverlo, diventa quindi un aspetto cruciale finendo per incocciare nelle politiche di controllo del territorio, mettendo le autorità di fronte a questioni la cui risposta potrebbe determinare il futuro di interi paesi. Inoltre oggi la possibilità di viaggiare ha forse reso molto più difficile fare un tipo di viaggio davvero importante: quello interiore.

3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. mirkhond
    Mag 07, 2014 @ 12:22:36

    Interessante la tua riflessione scaturita dall’esperienza diretta…
    Mi aiuta a capire il perché della reazione talebana con la distruzioni di televisori e di altri strumenti tecnologici, simboli di una modernità che, pur con i suoi indubbi vantaggi ha un rovescio DEVASTANTE su equilibri e stili di vita millenari…..

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  2. tizianomatteucci
    Mag 07, 2014 @ 17:18:14

    Avrei evitato l’incipit. Mescolando migrazioni ed esodi col moderno turismo (che resta una “prodotto commerciale”).
    Mescolando il viaggio al turismo si altera anche il senso del termine “libertà”.
    Libertà da un tiranno non e’ libertà dal quotidiano…. ma probabile sia il mio solito eccesso di criticità quotidiano, comunque senza la prime 5 righe il post (sul turismo di massa) e’ perfetto.

    Rispondi

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