La satira e le relazioni internazionali, vicende a confronto

Scritto per Asia blog

Esiste la verità? Cosa possiamo davvero conoscere di una cultura che non sia la nostra? Si può fare a meno del contesto in cui si è nati?

Tutte domande dalle risposte assolutamente difficili, se non domande del tutto retoriche, ma che vertono intorno ad un elemento fondamentale delle relazioni internazionali: la conoscenza del diverso. Ma soprattutto la volontà di conoscere una realtà diversa, sforzandosi di evitare la mera sovrapposizione delle proprie categorie di pensiero e di valore. Ne consegue il ruolo centrale della rappresentazione dell’altro, e la satira vi rientra appieno facendosi strumento di conoscenza.

Parlando di questi temi viene spontaneo andare con la mente ad un caso recente e di assoluta gravità, ossia la pubblicazione, nel novembre del 2011, delle vignette satiriche su Maometto fatta dal settimanale francese Charlie Ebdo. Quella vicenda, che finì per alimentare un clima di odio in cui persero la vita diverse persone – tra cui un diplomatico americano – portò ad una vera e propria sollevazione nel mondo musulmano, spingendo a prendere posizione la stessa Lega Araba che invitò i fedeli musulmani ad esprimere la propria indignazione con metodi pacifici. Ma, fatte le debite differenze, qualcosa di simile era già avvenuto nel 2006 in Asia Centrale con l’uscita nelle sale inglesi del film Borat, scritto, prodotto ed interpretato da Sacha Baron Cohen.

Il film, con espressi richiami al Kazakistan, vede come protagonista un dittatore centroasiatico in viaggio negli Stati Uniti, in un turbine di vicende assurde. Borat venne censurato in tutto il mondo arabo e suscitò le violente proteste del governo kazako, e non solo, che si ritenne offeso dalla rappresentazione di sé fatta dalla pellicola. Eppure l’Asia Centrale è umanamente riconosciuta essere una regione dove nel rispetto dei diritti umani vi sono ampie lacune, nonostante i regimi autocratici si dichiarino democratici, ostendando come certificazione delle tornate elettorali dove il presidente in carica vince con percentuali a dir poco “bulgare”, e perdipiù spesso senza avversari. Tuttavia le proteste kazake si placarono una volta verificato come Borat avesse portato ad un aumento di turisti nel paese.

Oggi la vicenda si ripete, sempre in Inghilterra, con la messa in onda del telefilm Ambassadors, ambientato nell’immaginario stato del Tazbekistan, e narra le vicende di un ambasciatore appena insediato alle prese con uno staff locale occupato a litigare ed amoreggiare, tra corruzione e intrighi internazionali. La produzione si è valsa addirittura dei servigi del British Foreign and Commonwealth Office (FCO), che ha messo a disposizione le sue sedi diplomatiche affinché gli attori entrassero maggiormente nel clima diplomatico. La cosa tuttavia non sembra aver suscitato particolari reazioni in Asia Centrale, sebbene venga spontaneo chiedersi se ridicolizzare possa essere un valido strumento di conoscenza. Erlan Idrissov, al tempo ambasciatore kazako a Londra, disse che Borat aveva “messo il Kazakistan sulla mappa”, ma quale Kazakistan? Quello reale o quello rappresentato nel film? Quale paese sono andati a cercare i turisti atterrati ad Astana o Almaty? Come non pensare ai molti stranieri che giungono in Italia, la terra del sole, affascinati dalla “dolce vita”?

Certo, ogni vicenda deve essere considerata alla luce delle sensibilità personali, e la religione, per una cultura come quella islamica, è decisamente un tema più caldo rispetto ai diritti umani in Asia Centrale. Le vignette su Maometto portarono ad un accesissimo dibattito sulla laicità ed il sentimento religioso, ma lo stesso non avvenne a proposito della questione del rispetto dei diritti della popolazione nei regimi centroasiatici, pur essendo le violazioni sotto gli occhi di chiunque le voglia vedere. Forse la presenza in Asia Centrale di forti interessi economici occidentali può avere contribuito, così come il fatto che un importante attore geopolitico come la Russia abbia ancora grande influenza nella regione. L’Islam invece rappresenta altro, il diverso per eccellenza, la raffigurazione di quel nemico che l’Occidente cerca dalla fine della guerra fredda, crollato il comunismo, in un riconocimento di sé per opposizione.

In conclusione, nella sua ricerca di audience, la satira deforma la realtà delle cose, pur facendosi veicolo di conoscenza, attingendo al reale ma ridicolizzandolo, con evidenti ripercussioni nelle relazioni internazionali, variabili a seconda del grado di tolleranza, e certo dell’interesse nell’essere tollerante, di chi della satira è oggetto.

http://www.eurasianet.org/node/67612

http://www.comedy.co.uk/guide/tv/ambassadors/

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-18/francia-settimanale-pubblichera-nuove-195035.shtml

Fonte immagine: Amy Gray/Flickr

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. mirkhond
    Nov 25, 2013 @ 19:22:38

    Personalmente trovo Borat antipatico.
    E’ molto facile fare dell’ironia a buo mercato sul Kazakhstan o su altri paesi poveri.
    Vorrei sapere se il signor Baron Kohen ha mai fatto dell’ironia sulle politiche sionaziste di uno staterello (solo geograficamente) mediorientale che si atteggia tanto a faro della “democrazia” in quello stesso Medio Oriente nelle cui devastazioni, ha pesanti responsabilità…..

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