Diavoli oppure eroi? Gli esploratori e le contese infinite

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Scritto per Asia blog

Hitler e Napoleone sono solo i casi più eclatanti della razzia di opere d’arte, fenomeno che anche oggi continua ad esistere in dimensioni notevolmente più ridotte. Il trafugamento di beni artistici raggiunse il suo culmine tra XIX e XX secolo, proprio in concomitanza con la grande epopea delle spedizioni scientifiche, un intreccio inestricabile di economia, politica e desiderio di conoscenza, il tutto accompagnato da un notevole spirito d’avventura. Area particolarmente toccata fu la parte più orientale dell’Asia Centrale, quello che oggi è l’Ovest della Cina.

Il fenomeno delle spedizioni destinate ad esplorare aree remote, alla ricerca di reperti artistici da riportare in patria e consegnare ai finanziatori – spesso musei e fondazioni – rappresenta ancora oggi uno dei punti più controversi nella memoria storica condivisa tra Occidente ed Oriente. Nella zona presa in considerazione le cose furono complicate dalla contesa geopolitica tra russi ed inglesi, che si spinse fino alle oasi ed ai deserti della Via della Seta, unendo la ricerca di alleanze con emirati e regni esistenti alla ricerca di testimonianze di emirati e regni scomparsi, a volte letteralmente sepolti nelle sabbie del Taklamakan o del Lop Nor.

Libri come Diavoli stranieri sulla Via della Seta, di Peter Hopkirk hanno creato una vera e propria leggenda, non sempre positiva, attorno agli esploratori che hanno setacciato l’odierno Xinjiang alla ricerca delle civiltà perdute e dei loro tesori, rischiando spesso la vita in prima persona. Aurel Stein, che perse le dita di un piede per congelamento, Sven Hadin, che lasciò dietro di sé una lunga scia di morti per la spericolatezza delle sue imprese e Nikolai Przhevalsky, con le sue importantissime scoperte naturalistiche sono solo alcuni tra i molti avventurieri che hanno dedicato la loro vita all’esplorazione, persone molto diverse tra loro ma, come scrive Frances Wood in The Silk Road, tutti acccomunati dal loro essere poco integrati, ed integrabili, nella società occidentale in cui vivevano.

Nella regione del Taklamakan fu scoperto, da Aurel Stein, un vero e proprio patrimonio immenso custodito in un complesso di templi scavati nella roccia chiamato Grotte di Mogao, vicino all’odierna Dunhuang, e nelle cui vicinanze (circa due ore di strada) vi sono anche le Grotte dei Mille Buddha di Bezelik, tra Turpan e l’antica Loulan. Stein riuscì a penetrare all’interno degli edifici corrompendo il monaco guardiano, trovandosi, tra le altre cose, al cospetto di un’immensa raccolta di testi antichi redatti in numerose lingue, dal cinese al sanscrito, dall’uiguro al sogdiano, nascosti in quelle grotte nel corso delle invasioni che a più riprese misero a soqquadro la regione. Stein si appropriò quindi di un tesoro dal valore incalcolabile ma peggio di lui fecero i suoi successori. Una volta nota la scoperta si susseguirono infatti le spedizioni che depredarono i siti della regione, asportando affreschi e lasciando le pareri dei templi orribilmente sfigurate.

Quello fu il punto di non ritorno, il governo cinese ostacolò sempre più le spedizioni fino a farle di fatto cessare, accusando gli occidentali di avere depredato il patrimonio artistico del paese. Accusa che ancora oggi divide i “colonizzatori” occidentali dal resto del mondo, con un flusso di opere d’arte che pian piano – una goccia in confronto all’oceano avuto in direzione opposta – tornano al loro luogo d’origine, spesso a corredo di accordi di altra natura. Tuttavia le contese sono aperte, in quanto diversi storici occidentali giustificano la presunta razzia sostenendo di avere salvato dei capolavori abbandonati all’incuria ed alle intemperie. Dai diari di esploratori come il tedesco Albert von Le Coq emerge infatti come gli affreschi e le statue di Dunhuang fossero sistematicamente distrutte dagli abitanti della zona, ormai musulmani, e come il governo cinese non controllasse di fatto la zona e fosse impotente ad intervenire.

La domanda di partenza rimane quindi forse senza risposta, in quanto se è vero che il trasferimento dei beni artistici nei musei occidentali li ha preservati, resta vero che quei beni sono stati sottratti senza chiedere il permesso alle autorità dei luoghi in cui i beni stessi si trovavano. Chi ha il diritto di esportare la preservazione dei beni artistici? In fondo la cultura della conservazione del patrimonio e del restauro in Occidente è relativamente recente.

Per approfondire:

Peter Hopkirk, Diavoli stranieri sulla Via della seta, Adelphi

Valerie Hansen, Silk Road: a New History, OUP

Non scordate poi il mio libretto: Vento e deserto: sulle strade del Xinjiang

Altri libri possono essere trovati (ed acquistati) nella bibliografia di questo blog

Fonte immagine Flickr/intothegreen

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5 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. mirkhond
    Nov 03, 2013 @ 18:52:03

    “Sven Hadin, che lasciò dietro di sé una lunga scia di morti per la spericolatezza delle sue imprese”

    Non lo sapevo. Dove potrei approfondire la questione?

    Rispondi

    • Piotr
      Nov 03, 2013 @ 19:04:39

      Questa informazione l’ho trovata nel libro di Frances Wood, Silk Road. Two Thousand Years in the Heart of Asia. Davvero molto interessante 🙂

      Rispondi

  2. mirkhond
    Nov 03, 2013 @ 18:53:04

    “le Grotte dei Mille Buddha di Bezelik, tra Turpan e l’antica Loulan. Stein riuscì a penetrare all’interno degli edifici corrompendo il monaco guardiano”

    Ma la regione al tempo di Stein non era ormai tutta musulmana?,

    Rispondi

  3. Trackback: Le grotte buddhiste del Xinjiang | Farfalle e trincee

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