Tagikistan: Tra fondamentalisti islamici e signori della guerra

Scritto per East Journal

Il Tagikistan, la più remota delle repubbliche centroasiatiche, sembra essere sempre più al centro di complessi giochi diplomatici tra le grandi potenze, soprattutto in virtù del suo estesissimo confine con l’Afghanistan. Questo interesse da parte di attori esterni potrebbe innescare una serie di reazioni a catena in un paese ancora altamente instabile, dove gli equilibri emersi dalla fine della guerra civile potrebbero essere facilmente rimessi in discussione.

Proprio la frontiera tagiko-afghana è stata al centro di un recente incontro tra il presidente Emomali Rahmon (versione derussificata del cognome Rahmonov) ed il Segretario Generale della CSTO (Collective Security Treaty Organization), alleanza militare comprendente Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, con Afghanistan e Serbia paesi osservatori e l’Iran possibile candidato. I due hanno convenuto della necessità di rafforzare la collaborazione per il controllo del confine tra Tagikistan e Afghanistan, soprattutto in previsione del ritiro americano del 2014.

Tale linea di confine sta infatti diventando un vero e proprio incubo geopolitico per la sua porosità, ed il grosso terrore è che oltre all’eroina afghana, come avviene attualmente, diventi un canale di passaggio anche per il fondamentalismo islamico, che da qui si diffonderebbe in tutta la regione. Le preoccupazioni internazionali sono accresciute, oltre che dalle incognite della futura politica afghana, anche dal vuoto in cui sembra essere precipitata la politica estera americana, che non vede l’Asia Centrale tra le sue priorità. Gli Stati Uniti, inoltre, hanno appena fatto marcia indietro su tutta una serie di basi previste proprio in Asia Centrale e nel Caucaso, considerando che ne mancassero i presupposti pe la realizzazione.

Il Tagikistan, inoltre, rischia sempre più di trovarsi nel mezzo di una crisi diplomatica e geopolitica tra Russia e Cina. Le due potenze hanno infatti visioni sempre più distanti in merito alla questione afghana, in particolare per quanto riguarda i rapporti con il Pakistan ed il suo rapporto con i talebani, arrivando di fatto ad impedire che un organismo come la SCO (Shanghai Cooperation Association) arrivi a prendere una posizione comune. Inoltre Mosca sembra sempre più preoccupata dalla penetrazione cinese in Asia Centrale, e potrebbe non essere un caso che il recente tour centroasiatico del presidente cinese Xi Jinping abbia escluso proprio il Tagikistan.

La “questione tagika” diventa particolarmente complessa nella regione autonoma del Gorno-Badakhshan, ossia la parte tagika del Pamir. In questa area del paese il potere è di fatto tenuto da una serie di signori della guerra legati ai traffici con l’Afghanistan. Chiunque si interessi del confine tagiko-afghano non può fare a meno di relazionarsi con i capi militari della fazione sconfitta nella guerra civile degli anni novanta, giunti a ruoli di amministrazione civile grazie al processo di pacificazione. Dushanbe tuttavia non ha mai cessato nella volontà di controllare la regione, nascondendola dietro alla necessità di combattere il traffico di droga, come avvenuto nella pressoché fallimentare operazione svoltasi a Khorog nel giugno scorso, che suscitò violente proteste da parte della popolazione.

Nel Pamir crescono le voci favorevoli ad una più decisa opposizione al governo tagiko, e proprio i signori della guerra potrebbero diventarne presto i referenti, arrivando a mettere in discussione gli equilibri attuali. Il Tagikistan è un paese musulmano, ma nel Gorno Badakhshan viene perlopiù seguita la corrente ismailita, che vede come massima auorità spirituale l’Aga Khan. Tramite la sua fondazione, l’AKDN (Aga Khan Development Network) l’Aga Khan è il principale motore economico del Pamir tagiko, ma sebbene sottovoce la sua eccessiva dipendenza dal governo centrale, insieme alla sua impostazione più economica che politica, inizia ad essere messa in discussione, con il rischio che emergano visioni politiche nettamente più radicali.

E nel frattempo tutti cercano di mettere un piede in Tagikistan, dalla Russia che non se ne è mai andata con la sua divisione 201, alla Cina che fa del paese un transito per il gas proveniente dal Turkmenistan e diretto nello Xinjiang. Ma anche gli Stati Uniti, che addestrano parte delle forze armate tagike, e molti altri come, ad esempio, Germania e Arabia Saudita, che hanno recentemente tenuto incontri ufficiali con le autorità del paese per la stipula di contratti commerciali ed economici.

 http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2013/08/2013828121815583542.html

http://www.eurasianet.org/node/67441

http://www.eurasianet.org/node/67505

4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. mirkhond
    Ott 23, 2013 @ 13:04:23

    Ma il Gorno Badakhshan per via del suo ismaelismo non può costituire, assieme al contiguo e meridionale Tagikistan afghano, un ostacolo all’avanzata verso nord del fondamentalismo sunnita?
    L’Aga Khan, è sostenuto dalla popolazione del Gorno Badakhshan?
    Potrebbe assumerne lui stesso la direzione, dopo un’eventuale secessione da Dushambè?

    Rispondi

    • Piotr
      Ott 23, 2013 @ 13:31:17

      Ciao,
      si, il nord afghano non e’ mai stato conquistato dai sunniti, neanche quando i Talebani sono avanzati a spese di Massud. Il problema e’ le differenze religiose stanno passando in secondo piano rispetto ad interessi economici e politici, ed infatti stanno nascendo gruppi autoctoni critici dell’Aga Khan. Se fanno la secessione non riescono a durare una settimana, non hanno praticamente nulla, finisce che si fanno annettere dalla Cina. In Tagikistan gli interessi localistici sono mirati a prendere il potere centrale, non all’autonomia o indipendenza. Il libro che ho recentemente recensito e’ molto bello e tratta questo tema ampiamente.

      Rispondi

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